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Sfide al limite dell’impossibile

di Maria Adele De Francisci
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Cosa spinge un uomo a rischiare la vita per conquistare la vetta di una montagna? Anche il desiderio di un quarto d'ora di celebrità, sostiene in modo provocatorio un famoso filosofo

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La valanga li ha travolti in 11: erano gli alpinisti che, nella seconda metà di luglio, tentavano la conquista del K2, una delle vette più inaccessibili del Pianeta. Tre i superstiti: due olandesi e l'italiano Marco Confortola, protagonista di un drammatico salvataggio. Proprio lui, una volta al campo base, ha ammesso che all'origine della tragedia ci sarebbero anche errori umani. «Non mi stupisce: la natura non incute più lo stesso timore del passato» dice Remo Bodei, docente di Storia della filosofia alla Normale di Pisa e autore di Paesaggi sublimi. Gli uomini davanti alla natura selvaggia (Bompiani), in libreria dal 27 agosto.

Cosa vuol dire mancanza di timore?

«Sfidare i luoghi più ostili del Pianeta, come il K2, oggi è come affrontare una gara sportiva. L'antico confronto tra l'uomo e gli elementi non c'è più: ha lasciato il posto a imprese da Guinness dei primati, da intraprendere a uso e consumo dei mezzi di comunicazione».

Perché l'uomo si spinge a tali sfide?

«Per poter dire a se stesso, e soprattutto agli altri, di esserci riuscito. Un atteggiamento esibizionista e per certi versi superficiale, come dimostrano anche gli errori durante la spedizione».

Le ragioni di tutto ciò?

«L'uomo crede di aver vinto la sfida contro la natura, di averla domata. Se un tempo gli esploratori partivano per dimostrare a quali traguardi la specie umana potesse giungere, oggi le motivazioni sono più banali. E l'obiettivo principale forse è quel "quarto d'ora di notorietà" di cui parlava il grande artista Andy Warhol»

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