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Oggi lo stress è quasi una moda

di Giuseppe Culicchia
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Siamo tutti stressati. Per colpa del partner, dei figli, del lavoro. Ma è davvero la tensione a causarci continui disturbi fisici e psicologici? Oppure, come sostiene un saggio appena uscito, preferiamo definirci sotto pressione invece di affrontare i problemi? Lo scrittore Giuseppe Culicchia ha indagato

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Siamo tutti stressati. Per colpa del partner, dei figli, del lavoro. Ma è davvero la tensione a causarci continui disturbi fisici e psicologici? Oppure, come sostiene un saggio appena uscito, preferiamo definirci sotto pressione invece di affrontare i problemi? Lo scrittore Giuseppe Culicchia ha indagato

«Sono proprio stressato». Di sicuro ci hai fatto caso anche tu: oggi come oggi lo stress è quasi una moda, guai a non dirsi stressati. Cosa che a ben vedere ci permette a volte di non affrontare certe nostre responsabilità o fragilità. Sia come sia, anch’io sono stressato al pari di tutti. Anzi no, stressato non rende. Sono stressatissimo. Infatti mi prude sempre la testa. E mi sono spuntati due orzaioli perfettamente simmetrici sulle palpebre. Sono andato a farmi visitare da un dermatologo e un oftalmologo. I due medici si sono mostrati concordi: se mi prude la testa e mi sono spuntati questi orzaioli, è perché sono stressato.

Entrambi mi hanno chiesto quale fosse il motivo di questo stress. Ci ho pensato. Uno che si guadagna da vivere scrivendo che stress può mai avere? Mica lavora alla catena di montaggio. Scrive. O almeno, così pensano i lettori. Ma i lettori non sanno che oggi chi si guadagna da vivere scrivendo dedica alla scrittura una minima parte del suo tempo. Perché la maggior parte la impiega a promuovere quello che scrive. Ora, finché si trattava di presentare l’ultimo libro in pubblico, lo stress era contenuto. Solo che la classica presentazione in libreria non funziona più. Perciò bisogna partecipare a tutta una serie di “eventi”. Finché si tratta della colazione, della cena o dell’aperitivo con l’autore, amen. L’autore in quelle occasioni è l’unico a non fare colazione, a non cenare e a non bere, perché in quanto autore deve rispondere alle domande dei partecipanti, ma ci sta. Solo che ora si è passati a robe tipo il trekking con l’autore, il rafting con l’autore, il parapendio con l’autore. E non so gli altri autori, ma io per tutte queste cose non sono portato: soffro pure di vertigini.

Quando mi sono imbattuto in Stress e altri equivoci, mi sono detto: ecco il libro che fa per me. E, pensandoci bene, questo saggio da poco uscito per Einaudi, firmato da Simona Argentieri e Nicoletta Gosio, l’una medico psicoanalista e l’altra psichiatra/psicoterapeuta, è perfetto per tutti i 60 milioni di italiani, visto che non ne conosco nemmeno uno che non si definisca “stressato”. «Il fatto è che la parola stress significa semplicemente tensione» dicono le autrici. «Ma questo concetto, proposto come scientifico e diventato sempre più vago e ambiguo, si sta diffondendo come spiegazione dell’insorgenza dei più svariati disturbi emotivi e fisici». Definirsi stressati può essere un modo per non fare i conti con sofferenze e fragilità interiori, trasferendo all’esterno, al mondo che ci circonda, cause e rimedi. Già. «Da parte nostra non vogliamo cancellare la nozione di stress, ma riconoscerne le molteplici possibilità di senso. Non è forse meglio dire che lo studio o il lavoro stancano, che una situazione preoccupa, che uno scontro amareggia?» spiegano Simona Argentieri e Nicoletta Gosio.

Definirsi stressati e stop, senza affrontare eventuali responsabilità o fragilità, è più comodo. Il partner? Ci stressa. I figli? Ci stressano. Il lavoro? Non ne parliamo. Vedi alla voce “mobbing”. Fenomeno che in sé non ha nulla di nuovo, visto che da sempre vessazioni, angherie e soprusi infestano ambienti come la famiglia, la scuola e per l’appunto il lavoro. E però «ciò che è mutato semmai è lo statuto che ha attualmente il lavoro nella costruzione dell’identità di tutti noi» continuano le due autrici. In passato, il senso di identità era legato ad altri fattori, come il censo, la famiglia, la razza, il genere sessuale, che conferivano a ciascuno la definizione di sé e il grado dell’autostima. «Oggi invece “E lei di che cosa si occupa?” è la più normale frase di approccio fra sconosciuti. Ed è un tragico paradosso che l’attività lavorativa sia diventata così importante sul piano psicologico proprio in un momento storico nel quale il lavoro non c’è, i giovani non lo trovano, gli anziani hanno paura di perderlo».

Al dramma collettivo legato alle attuali condizioni economiche, si sovrappone dunque una fragilità individuale. Ma il problema per l’appunto non è individuale, bensì collettivo. Come nel mio caso. Non sono certo l’unico autore stressato per via del fatto che oggi chi scrive deve scalare le montagne in compagnia dei suoi lettori nonostante soffra di vertigini. Cose come queste succedono a tutti quelli che scrivono. Anche a Mauro Corona, per dire. Solo che lui è un montanaro fatto e finito. Io no.

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