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Stefania Pecchini: «Sono l’unica poliziotta trans»

di Gabriela Jacomella
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Oggi è l’agente Stefania Pecchini, in servizio in provincia di Milano. Qualche anno fa, però, si chiamava Fabio, aveva una moglie, 2 figli, un giardino. Una quotidianità come tante, la sua. Fino al giorno in cui ha sentito il bisogno di una “trasformazione”

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Oggi è l’agente Stefania Pecchini, in servizio in provincia di Milano. Qualche anno fa, però, si chiamava Fabio, aveva una moglie, 2 figli, un giardino. Una quotidianità come tante, la sua. Fino al giorno in cui ha sentito il bisogno di una “trasformazione”

«Uno dei momenti più difficili sul lavoro? Quando accompagnavo un arrestato in tribunale: il giudice ha l’obbligo di chiedere all’agente di qualificarsi. E io rispondevo: mi chiamo Fabio Pecchini. Ma ero già donna, come mi vedi ora: ricordo l’attimo di panico generale, il silenzio. E poi il giudice che diceva: “Vabbè, andiamo avanti lo stesso”». Da qualche anno Fabio Pecchini non esiste più: adesso c’è Stefania, che ha 51 anni e lavora come sovrintendente di Polizia locale a San Donato Milanese. L’unica transessuale, in Italia, a fare questo mestiere.

Un lungo percorso di auto-accettazione

«Lavorando come agente, per me i transessuali erano quelli che si prostituivano per strada» Stefania non si nasconde: «Io stessa, quando lo psichiatra dopo 2 anni di incontri tirò fuori il termine di “transessualismo primario” che adesso si chiama “disforia di genere”, reagii male. Ricordo di avergli detto: “Piano con le parole, eh!”. Nel mio ambiente, transessuale era un termine pesante, un concetto ai limiti della legalità. È stato lui a spiegarmi il significato medico del disturbo: sentirsi e viversi all’interno di un genere, ma avere il fisico del sesso opposto. Il primo pregiudizio con cui ho dovuto combattere è stato il mio».

Con i colleghi, Stefania non ha mai nascosto nulla del suo percorso. Anche perché sarebbe stato impossibile. «Abito in una frazione di 2.000 abitanti: sono nata, cresciuta e mi sono sposata - da uomo - qui. Quando la gente ha iniziato a vedere il cambiamento, sono diventata l’argomento del giorno. L’ho saputo a posteriori, ma l’ironia è sempre stata la mia carta vincente: ero la prima a prendermi in giro. Se in pattuglia con i colleghi vedevo dei camion con le scritte TransEurope, Transport dicevo: “Guarda come siamo famosi!”. Poi spiegavo agli altri agenti la terminologia, le terapie. Alla fine erano loro a farmi domande per capire».

Nonostante la comprensione dei colleghi, il momento di crisi per Fabio-Stefania arriva lo stesso

A un certo punto i miei superiori non sapevano più come gestire la situazione, c’era una tensione palpabile. Così hanno deciso di portarmi dal prefetto, un po’ come Gesù da Ponzio Pilato: se la mia sessualità andava bene alla massima autorità di pubblica sicurezza della Provincia, allora andava bene a tutti. E sai come ha risposto lui? “Voi di questa persona dovete solo essere orgogliosi, perché come istituzione dobbiamo iniziare ad abbattere le barriere”. Di lì a poco è arrivato l’intervento chirurgico, il cambio dei documenti. E la nuova divisa».

Il rischio di mandare all’aria una carriera, per Stefania, era però molto concreto

«Se fossi stata in un corpo militare, mi avrebbero congedato. La disforia di genere è considerata una patologia psichiatrica: questo consente di accedere alle cure medico-chirurgiche e di essere seguiti a carico del Servizio sanitario nazionale. Ma una patologia psichiatrica non è compatibile con l’utilizzo di armi». A salvarla è stata quella che lei definisce «un’incongruenza legislativa»: per poter affrontare l’operazione occorre che lo psi- chiatra certifichi che l’individuo è perfettamente sano di mente. E grazie alla certificazione di sanità mentale, ha continuato a portare e fare uso dell’arma di ordinanza. Un paradosso, certo. Ma nel suo caso, un’apertura verso il futuro.

Uscire dalla Polizia avrebbe voluto dire cambiare ulteriormente la sua vita

Quando fa il concorso per entrarvi, Stefania si chiama ancora Fabio. «Ero un ragazzo di 24 anni che si era sposato presto, anche per esaudire un grande desiderio di mia mamma: dopo 2 anni è nato Luca e dopo 4 è arrivata Sara. Avevo una vita normale: matrimonio, figli, posto fisso». Poi la madre di Fabio muore. «E la gabbia che mi chiudeva ha iniziato a sgretolarsi. Stefania, che era nascosta dentro di me già dall’infanzia, si faceva sentire ogni giorno di più». Arrivano i primi problemi con la moglie «che notava in me atteggiamenti più femminili che maschili: "Guarda come ti muovi, e come gesticoli", mi diceva». Il primo a rifiutare Stefania, in realtà, è lo stesso Fabio. «Pensavo: ma come, sono un uomo, ho la divisa, 2 figli, la villa... Con tutti i disgraziati che ci sono in giro, perché deve accadere proprio a me?».

Il percorso con lo psichiatra aiuta Stefania a capirsi e a scegliere di fare la terapia ormonale

«Ho anche deciso di separarmi, in accordo con mia moglie. Mi ha lasciata libera di potermi esprimere senza essere condizionata dalla famiglia: stavano male anche loro a vedermi cambiare in questo modo». Sola con i suoi pensieri, con la paura di perdere i figli e il lavoro, la poliziotta arriva vicina a compiere un gesto estremo. «Una sera, in cucina, ho preso la pistola e l’ho messa sul tavolo. Ma poi mi è venuto in mente il sorriso di mia figlia. Da lì è iniziata la risalita».

Un cammino faticoso, costruito giorno dopo giorno

Oggi Stefania ha 2 figli che la stimano e la chiamano “papà”, una ex moglie che è «una donna con la D maiuscola» e con cui si sente tutti i giorni, una compagna («sono sempre stata bisessuale, 3 anni fa ho conosciuto Michela e ci siamo innamorate»). La sua vecchia passione amatoriale, il teatro, si sta trasformando in una seconda professione. Si racconta con schiet- tezza e semplicità, parlando di conquiste e di discriminazioni ancora esistenti, anche in ambito lavorativo. «Ma io ho fatto la transizione da uomo a donna, mica da intelligente a deficiente! E sarebbe il caso di smetterla - noi tutte, donne e transessuali - di doverci sempre giustificare delle nostre scelte di vita».

Alcuni numeri per capire: diversi anche in ufficio

Le aziende italiane faticano ancora a porre attenzione alle diversità di genere sul lavoro. Lo dice un’indagine del Diversity Management Lab di SDA Bocconi, che ha condotto un’inchiesta sul tema. Il risultato: nel nostro Paese le persone omosessuali risultano svantaggiate nei processi di assunzione e di promozione. Se si considera la probabilità di ottenere un lavoro, tra i giovani uomini si colloca intorno a un valore medio di 6,06 (in una scala da 1 a 7), mentre scende a 5,35 se si è omosessuali. I dati sono stati presentati al workshop “Diversity is key”, organizzato dalla Camera di commercio britannica per l’Italia e da UPS a Milano.

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