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E se a doparsi li portassimo noi?

di Annalisa Monfreda
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La notizia di oggi è che l'atleta russa Anna Chicherova è risultata positiva al doping per Pechino, 8 anni dopo. Ma ormai i casi sono all'ordine del giorno. E forse dobbiamo iniziare a metterci in discussione anche noi tifosi.

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La notizia di oggi è che l'atleta russa Anna Chicherova è risultata positiva al doping per Pechino, 8 anni dopo. Ma ormai i casi sono all'ordine del giorno. E forse dobbiamo iniziare a metterci in discussione anche noi tifosi.

Monfreda Annalisa
Un'opinione di

Annalisa Monfreda

Direttrice di Donna Moderna e Starbene, moglie di un sociologo prestato alla consulenza digitale e...


Che sapore ha la vittoria quando sai di essere dopato?

Me lo chiedo tutte le volte che un campione, dal gradino più alto del podio, sprofonda nell’abisso della squalifica per doping. Com’è possibile che proprio chi vive di sport, dedicandogli gran parte della sua esistenza, accetti di tagliare il traguardo per una scorciatoia?

«Se sei dentro a questo mondo, non ti viene in mente che hai vinto perché sei dopato. Succede anche quando arrivi secondo: non pensi che chi è arrivato primo si sia dopato di più e meglio di te».

Questa è la risposta che il ciclista Danilo De Luca, primo atleta italiano squalificato a vita per doping, ha dato al nostro Gianluca Favetto (su Donna Moderna n. 23).

De Luca ha scritto addirittura un libro per raccontare la normalità del doping. Non una scorciatoia, non una frode per risparmiarsi qualche ora di allenamento, ma una cosa che “devi” fare quando decidi di diventare professionista. Perché in questo mondo esisti solo se vinci.

Sono parole senza speranza, ma le più vicine alla verità che io abbia mai ascoltato su questo argomento. Ci penso tutte le volte che leggo i giornali all’indomani di un’impresa sportiva portata a termine dai nostri campioni. Tania Cagnotto, Federica Pellegrini… oggi sono le nostre eroine. Ne raccontiamo l’epopea, ci abbeveriamo al loro mito.

Quando crollano, però, ci abbeveriamo ugualmente e con pari piacere alla loro sconfitta. Ne indaghiamo le cause nella vita privata, nella debolezza psicologica. Ne decretiamo la fine per sempre. E in fondo godiamo della loro normalità, della loro discesa dall’Olimpo.

«Nessuno mi ha costretto a doparmi, ma a vincere sì» dice Danilo De Luca.

E chi è che li obbliga a vincere se non questo meccanismo spietato che mettiamo in moto noi stessi?

C’è uno slogan calcistico che recita: «Se non la ami quando perde, non amarla quando vince».

Dalla squadra del cuore andrebbe traslato a tutti gli sportivi che seguiamo. E che siamo incapaci di amare durante la sconfitta.

Non capiremo mai il doping se non ci rendiamo conto che l’inferno che aspetta un atleta dopo essere risultato positivo all’Epo non è tanto diverso dall’inferno che lo aspetta dopo una sconfitta.

Per combattere la normalità del doping, quindi, la cosa più sensata da fare è educarci alla normalità della sconfitta.

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