del

Un tutor per insegnare ai figli a giocare

di Paolo Federici
Vota la ricetta!

Un caffè con Donna Moderna

Paolo Federici
Un'opinione di

Paolo Federici

Giornalista da 25 anni, ha scritto di ambiente, scienza, salute, medicine alternative, benessere,...

Ci sono genitori che hanno bisogno di un tutor per insegnare ai figli a giocare. A New York (a occhio direi nella parte più alta e snob di New York) vanno di moda i play-date. Visto che mi sono a lungo occupato di passioni maschili, conoscevo (per lavoro, ma non li ho mai sperimentati in prima persona...) i blind-date, gli appuntamenti al buio in cui due single si incontrano per scoprire se può scoccare la scintilla tra loro. Play-date mi dava l’idea di qualcosa di più, un passo oltre il semplice "fare conoscenza": sì, insomma, una cosa in stile  “ehi, vuoi giocare con me?”.

Andavo a tentoni, perché il mio inglese è un po’ rudimentale. E quasi ci azzeccavo: effettivamente, “play” sta proprio per “giocare”, ma nel senso – come dire? - più puro e infantile della parola. I play-date sono appuntamenti che riuniscono 3, 4 o 5 bambini e in cui (alla modica cifra di 400 dollari l’ora, dice il New York Post…) un tutor insegna loro come si gioca. Non insegna le regole dei giochi: insegna proprio come si fa a giocare, perché i figli dell'alta borghesia newyorkese (solo alcuni, mi auguro) non lo sanno fare. Il tutor li spinge a provarci e, mentre li segue, controlla come socializzano, per poi dare qualche consiglio alle mamme e ai papà preoccupati (o alle tate che poi riferiranno a casa).

Ora, non è il caso di commuoversi troppo: non si tratta esattamente di genitori angosciati per come stanno venendo su i loro figli. No: sono genitori in ansia perché la “capacità relazionale” dei figli è un parametro importante per le scuole più esclusive e, nel caso fosse troppo scarsa, potrebbe pregiudicare l’iscrizione del rampollo all'istituto. Bambini che imparano a giocare solo per potere andare a scuola: non c'è qualcosa di un po' paradossale?

Morale: sono contento che, quando si è trattato di decidere a quale asilo iscrivere nostro figlio, anni fa, abbiamo scelto una scuola pubblica. Per di più in una zona decisamente semicentrale. Ho sempre l’impressione che nei quartieri alti ci si goda meno la vita. Soprattutto da piccoli. Già mi fa soffrire che mio figlio non possa giocare per strada, come un po’ ho fatto io: ma non riuscirei a sopportare che, dopo la scuola, fosse costretto a prendere lezioni private di palla prigioniera, invece di giocare a quello che gli pare.

(Però devo ammetterlo: nella scelta del pubblico ha avuto un peso anche il fatto che le rette mensili da 600 euro del nido privato finalmente non ci avrebbero più dissanguato. Seicento euro: accidenti, ad averlo saputo prima, avremmo potuto pagarci un paio d'ore di play-date...)

Un caffè con Donna Moderna

Un caffè con Donna Moderna