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Facebook e WhatsApp: le “storie” che durano 24 ore

di Valeria Colavecchio

Sono sequenze di foto e video. Vengono pubblicate in tempo reale e poco dopo spariscono. Eppure stanno conquistando i social. Il loro segreto? La spontaneità

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Sono sequenze di foto e video. Vengono pubblicate in tempo reale e poco dopo spariscono. Eppure stanno conquistando i social. Il loro segreto? La spontaneità

Il primo è stato Snapchat. Poi è arrivato Instagram. E ora si sono aggiunti Facebook e WhatsApp. Le “stories”, ovvero clip composte da foto, video e gif condivise in tempo reale e visibili solo per 24 ore, sono la nuova mania social. Su Snapchat vengono inviati oltre 2 miliardi e mezzo di foto e video ogni giorno e Instagram Stories, in poco più di 6 mesi, ha superato 150 milioni di utenti attivi giornalieri.

Funzionano perché sono semplici 

«I social stanno vivendo una rivoluzione» nota Federico Tarquini, docente di Cultura digitale e social media all’Università della Tuscia a Viterbo. «Per anni sono stati basati sul testo. Oggi, però, la comunicazione è sempre più “fotocentrica”: le immagini sono, soprattutto per i nativi digitali, il modo più semplice e naturale per vivere e raccontare un’esperienza». Insomma, la fotocamera sta rimpiazzando la tastiera.

Lo conferma il bombardamento di nuovi strumenti: Instagram ha introdotto la possibilità di taggare altre persone o aggiungere link alle stories; Facebook ha lanciato la funzione Direct, che permette di mandare video e foto personalizzate ai singoli amici, e Whatsapp ha allungato la durata dei video da 10 a 45 secondi.

Funzionano perché sono vere 

Il segreto del successo non sta solo nella forza comunicativa delle immagini, ma anche nella temporaneità delle storie, che scompaiono dopo 24 ore. «Su Facebook i contenuti sono spesso pensati e impacchettati per trasmettere una certa immagine di noi stessi destinata a rimanere in Rete» nota Tarquini. «Le stories permettono di divertirsi con filtri ed emoji. E perfino i selfie brutti, goffi o stupidi diventano cool perché, liberi dalla paura del giudizio o di lasciare un segno indelebile, sono percepiti come autentici e spontanei».

Perciò le persone postano queste clip pur sapendo che spariscono il giorno dopo. «Le storie sono la forma di cybercomunicazione che più si avvicina a quella reale» spiega il docente. «Le parole che diciamo a voce non sono “registrate” e le immagini che vediamo con i nostri occhi non vengono “salvate”: sono momenti passeggeri. Le storie trasmettono, appunto, la transitorietà della socialità reale nel mondo digitale, attraverso istantanee di vita condivise in tempo reale».

Funzionano perché sono immediate 

Da non sottovalutare le ragioni di marketing. «Il pioniere di questa formula è stato Snapchat, il social più amato tra i 16 e i 24 anni» nota l’esperto. «La decisione di Facebook di seguirne la scia è un tentativo di dare la caccia ai teenager, ambitissimi dagli investitori pubblicitari e difficilmente raggiungibili con i canali tradizionali».

Ed ecco, infatti, l’arrivo della pubblicità. Si comincia sa Instagram in questi giorni: ogni 5 stories c’è una “spot-story”. «La formula è simile a quella del palinsesto tv» dice Tarquini. «Si segue una persona come si segue un programma o un telefilm, con in più la possibilità di commentare e interagire direttamente».

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