La tecnologia dev’essere per tutti

"Non sarà perfetto, ma è molto meglio!": ecco come scrive Emma, colpita dalla malattia di Parkinson a 28 anni, indossando lo speciale orologio creato per lei da Haiyan Zhang, Innovation director al Microsoft Research Center di Cambridge 

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Barbara Rachetti

La tecnologia non serve solo a divertirci: può davvero la cambiare la vita delle persone, soprattutto di quelle ammalate o disabili. Come dimostra questo progetto sulla malattia di Parkinson 

Un'opinione di:
#Runner, mamma, racconta storie di disabilità e inclusione. Segue i temi più caldi di costume,...

Nel 2020 i disabili in Italia saranno 4,8 milioni. Oggi sono quattro milioni e 100mila, pari al 6,7 per cento della popolazione. E raggiungeranno i 6,7 milioni nel 2040 (il 10,7 per cento). Non si tratta solo di disabilità con cui si nasce, ma anche di disabilità acquisite, a causa per esempio di una malattia (come l’ictus o una malattia genetica che insorge da adulti) o dell’invecchiamento. 

La tecnologia potrebbe fare molto per aiutare tutte queste persone. Eppure, facciamo fatica ad associarla alla disabilità. Perché si parla poco di studi e ricerche che sviluppino sistemi per aiutare le persone disabili? «La tecnologia viene considerata spesso solo come un modo diverso di fare le cose, mentre è un modo di fare anche cose diverse e più cose. Il futuro si basa sulla tecnologia, e per questo la tecnologia dev’essere accessibile a tutti» mi dice Haiyan Zhang, Innovation director al Microsoft Research Center di Cambridge, un’organizzazione di ricerca all’interno di Microsoft con otto laboratori in tutto il mondo. Lei è un ingegnere designer che crea nuove tecnologie per aiutare le persone. La incontro a Milano durante la presentazione dell’associazione Moovit, che lavora con persone con malattie degenerative, per migliorarne la qualità di vita. «Io penso - mi dice la dottoressa Zhang - che quando creiamo nuove tecnologie, queste debbano includere tutti. E che la tecnologia prima di ogni cosa abbia il compito di migliorare la qualità della vita delle persone». E così mi racconta del progetto Emma sulla malattia di Parkinson, messo a punto insieme alla dottoressa Antonella Macerollo, una giovane neurologa che si è specializzata in Gran Bretagna e sta per tornare in Italia (un “cervello di ritorno”, insomma). Un lavoro fianco a fianco, il loro, in cui il medico ha travasato all’ingegnere le conoscenze in campo medico, e l’altra ha sviluppato la tecnologia per una paziente - Emma, appunto - che a 28 anni ha ricevutola diagnosi di malattia di Parkinson. Ecco, la collaborazione tra i due scienziati ha prodotto un prototipo in grado di ridurre il tremore della mano di Emma: una sorta di orologio che manda impulsi elettrici di una certa frequenza al cervello stimolandolo a ripristinare le connessioni mancanti.



Un risultato strepitoso che, ci si augura, possa uscire dal centro di ricerca e, grazie a partner tutti da trovare, diventare realtà. 

Come questo, ci sono tanti ausili in grado di aiutare le persone con difficoltà. Pensiamo allo smartphone: ormai è un computer con sintetizzatore vocale e lettore, usato per esempio dalle persone con dislessia o con problemi alla vista. Oppure le stampanti 3D: sembra c’entrino poco con la disabilità, invece consentono a una persona cieca l’esplorazione di un oggetto che non potrà mai vedere (un edificio in miniatura, per esempio). Sempre la stampa 3D può servire per produrre su misura ausili per persone con difficoltà motorie, come posate particolari e altri oggetti di uso quotidiano che vengono stampati, cioè creati in un certo modo per essere ergonomici.

Poi c’è la “realtà aumentata”, cioè la possibilità di avere dei dispositivi pensati per darci informazioni su quello che abbiamo intorno, che va oltre quello che vediamo. Un trend tecnologico che vada in questa direzione è sicuramente molto interessante, pieno di sviluppi eccezionali soprattutto per i non vedenti, i quali hanno bisogno proprio di questo, di avere informazioni aggiuntive su quello che li circonda. 

Purtroppo, nella percezione collettiva il binomio “disabilità-tecnologia” non si è ancora affermato: quando una persona comune pensa alla disabilità, non l’associa alla tecnologia. Non esiste ancora la percezione di quanto la tecnologia possa modificare in positivo una condizione di disabilità, consentendo alla persona di dare il suo contributo, di esprimere il proprio valore sia dal punto di vista pratico che dal punto di vista morale, umano. 

Il binomio “disabilità-tecnologia” non esiste non solo per mancanza di conoscenza, ma perché la tecnologia stessa in generale non è percepita come un fattore di cambiamento rilevante nelle nostre vite. Tutti la usiamo, ma in genere solo per cose futili. La domotica, per esempio, sembra ancora riservata a pochi privilegiati, invece sarebbe in grado di abbattere i consumi energetici, con ricadute inimmaginabili a livello ecologico. Il vero salto culturale avverrebbe quando anche i datori di lavoro avessero questa percezione, perché per dare un’opportunità lavorativa a una persona disabile bisogna sì conoscerne le potenzialità, ma anche sapere come la tecnologia può agevolarla nell’esprimere queste potenzialità. Il rischio è che chi assume resti ancorato a un’idea di disabilità che non corrisponde più a quella attuale e finisca per privarsi di persone dotate di capacità. 

Disabilità e tecnologia sono due elementi che vanno di pari passo e devono andare di pari passo. Non ci si può focalizzare sul problema senza pensare e guardare alle soluzioni che sono disponibili già oggi. Sarebbe come fermarsi al dito guardando la luna.

Leggi anche il nostro progetto: Vivere con un disabile

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