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Disturbi alimentari: quale approccio?
 

Solo ascoltare il dolore di una ragazza malata può guarirla dall'anoressia/bulimia, ma la terapia psicoanalitica viene usata solo da pochi anni per affrontare le problematiche interiori dei disturbi alimentari

di Fabiola De Clercq
Credits: 

Fotolia

 

Fino a vent'anni fa le donne che mi telefonavano dopo avere letto il mio primo libro Tutto il pane del mondo raccontavano di non avere capito di avere un disagio psicologico, ma di avere creduto di essere incapaci a rinunciare ad un vizio, di non avere la volontà di interrompere le crisi bulimiche.
Pensavano che fossero dettate da un eccessivo appetito, da un’attrazione esagerata per il cibo.
 
Venti anni fa le donne anoressiche erano ritenute ammalate perché riconoscibili anche senza strumentazione diagnostica.
Tuttavia per loro non era facile guarire, perché il mondo scientifico non aveva individuato un approccio clinico che potesse promuovere una guarigione.
 
L’approccio medico più utilizzato era quello ospedaliero dove l’alimentazione forzata riduceva la questione a una malattia dell’appetito.
Questa soluzione colludeva con il bisogno dei genitori di mantenere le distanze dalle proprie responsabilità, delegando tutto a questioni di ordine medico-internistico.
 
Nei mesi di ricovero le pazienti mettevano in atto ogni astuzia per resistere e mantenere intatta la posizione che permetteva loro di vivere sopravvivendo.

Al rientro dal periodo di cure, la nuova ricerca del calo ponderale diventava una forte necessità spinta dal bisogno irresistibile di mettere le distanza tra il peso ideale e quello raggiunto in clinica sotto la pressione di un ricatto.
 
L'alimentazione forzata aveva tentato di cancellare il disagio, il grido di dolore del soggetto anoressico. Eliminare il peso guadagnato diventava così una sfida.
 
Venti anni fa l’anoressia e la bulimia non erano il sintomo di un malessere più profondo, ma una diagnosi di inappetenza e venivano purtroppo etichettata come un capriccio da correggere e punire, spesso con un aumento di peso tale da spingere le pazienti all’interno di una bulimia ancor più feroce, che tutt'oggi, molte stanno cercando di fermare.
 
Si pensava che la psicanalisi non fosse uno strumento di cura per questo disagio.
Nonostante questa tendenza, molto tempo fa io stessa mi rivolgevo agli analisti. Presso di loro, ero io con i miei sintomi, il mio mal di vivere e non il mio corpo, a essere accolta.
È stata la mia domanda di cura incessante, la spinta a capire, a mettere i miei interlocutori nella condizione di dovermi ascoltare e guarire finalmente, a dare un senso a quello che nonostante tutto facevo senza potervi rinunciare.
 
Ci sono voluti molti anni e ho dovuto cambiare molti terapeuti. Spesso il lavoro analitico si fermava lasciando intatto il sintomo, anche se nel frattempo alcune questioni si risolvevano.
Quando il lavoro ristagnava era perché l’analista non interrompeva il lamento del sintomo, permettendomi di definirmi attraverso un racconto interminabile, in cui non mi interrogavo mai come soggetto.
Trovavo nella sofferenza un godimento irriducibile.
 
È solo quando il soggetto prende le distanze dal sintomo e diventa consapevole del suo problema che la cura diventa possibile.
 
Anche l’operatore da parte sua deve andare oltre il sintomo anoressico-bulimico e trattarlo come un appello, non come una malattia. È solo ascoltando il paziente e permettendogli ripercorrere gli eventi della sua storia che si riescono a determinare i fatti che non hanno consentito una crescita armoniosa dell'anima nel del corpo.
 
Quindi è l'ascoltare e non l'ordinare a promuovere la presa di coscienza di chi ha un disturbo alimentare.
 
L’ascolto guarisce perché mette il soggetto di fronte a se stesso; la persona che parla e pensa, è protagonista della propria storia, terribile o banale che sia, ma sua. Solo affrontando il passato è possibile elaborare un futuro.
 

- Fabiola De Clercq, Fondatore e Presidente ABA
 
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