Se la parità porta al divorzio 

Se anche lui si occupa delle faccende domestiche il rischio di divorzio è più alto. Che fare per non rinunciare alla parità e all'amore?

di Sofia Natella  - 10 Ottobre 2012
 

La notizia che le coppie dove marito e moglie si dividono le faccende domestiche è considerevolmente più alto, non può che causare un po' di sconforto. A maggior ragione se la notizia viene da un paese come la Norvegia, dove gli uomini mammoni sono decisamente di meno e c'è una "tradizione" di uguaglianza tra i generi che l'Italia non può vantare.

Secondo lo studio intitolato "Equality in the Home” (l'uguaglianza nella casa", n.d.r.), infatti, le probabilità che le coppie in cui entrambi i partner cooperano alla gestione della casa e all'educazione dei figli sono il 50% in più rispetto a quelle in cui è la donna a farsene carico per la maggior parte. Così, dopo anni e anni di educazione domestica del maschio (lei), di tirocinio e partecipazione (lui) e di impegno nel trovare un equilibrio cosicché entrambi i partner potessero godere di sani e giusti spazi individuali, ci si può trovare a fare una divisione dei beni, invece di una divisione del tipo: "tu lavi i piatti io stiro". Unico (forse) risvolto positivo: che lui non sarà costretto a prendere una domestica per riuscire a cavarsela, mentre lei... in fin dei conti ci è abituata, a fare da sé.

Insomma, un altro sogno infranto dalla statistica, da cui sorge un grande: perché?

Fortunatamente, alcune delucidazioni date dal co-autore dello studio Thomas Hansen, sono confortanti, e illuminanti. Le separazioni infatti non sarebbero un mero effetto della parità, ma parte di un panorama e delle dinamiche tipiche della coppia moderna. Dove si è più propensi a collaborare, quanto a divorziare, se le cose non vanno come dovrebbero. In parte perché le mogli - a differenza del passato - non sono più assoggettate economicamente al marito, in parte perché lavorare ha dato alle donne indipendenza, fiducia e consapevolezza nel proprio valore. Cosa che rende molto più facile porre fine a una relazione non appagante. Dopo tutto, c'è vita dopo il divorzio, e finito un matrimonio non si è finiti come persone.

Eppure, la collaborazione domestica, un ruolo nell'inasprire conflitti e crisi di coppia ce l'ha. Soprattutto a livello psicologico. Ad esempio: spesso l'uomo è sottoposto allo sguardo critico della donna, che si sente comunque la più esperta, e che è quindi pronta a fargli notare - non sempre gentilmente - come dovrebbe fare, o che non è impeccabile, con il risultato che lui si sente trattato... come uno straccio, e che i suoi sforzi non sono ricompensati. Oppure, ci sono casi in cui l'allievo supera la maestra: lui è più bravo di lei a cucinare, a stirare, e la donna si sente quasi "spodestata". In altre parole, si entra in competizione e l'armonia viene ripetutamente "mandati a stendere".

Ma forse, questa è solo un fase di passaggio, nella ricerca di un nuovo equilibrio tra i sessi e tra i ruoli all'interno della coppia, in cui prima ci trovare un baricentro benefico è normale sbilanciarsi prima da un lato, poi dall'altro.

Per non cestinare anni di lotte e progressi, si può provare a prendere piccoli accorgimenti, e a prendere in considerazione nuove formule di pensare la parità e la collaborazione domestica. La parola d'ordine che emerge delle dichiarazioni di Hansen, è FLESSIBILITÁ. Che significa:

- non essere intransigenti nel giudicare l'operato del partner (sentirsi dire continuamente "non sei capace" non è molto incoraggiante, no?)

- non essere troppo rigidi nel darsi delle regole, perché potrebbero far assomigliare la relazione più a un rapporto di lavoro, che di amore, con annesse le relative frustrazioni. L'importante è che i compiti siano suddivisi equamente e in modo che "le cose funzionino al meglio", anche rispettando capacità e preferenze personali.

- al tempo stesso, riconoscere che la parità non è fare le stesse cose ma avere la stessa libertà di scelta e dare lo stesso contributo al benessere di coppia. C'è bisogno di ruoli chiari all'interno della coppia perché possa funzionare, anche grazie alle reciproche differenze.

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