Bulimia e anoressia: una scelta 

Chi cade nel tunner anoressico-bulimico sceglie volontariamente una strada che obbliga all'annullamento del corpo, in cerca di un'attenzione mai ricevuta

di Fabiola De Clercq  - 16 Febbraio 2011
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Il progetto bulimico-anoressico è il frutto di un male di vivere intenso, di un vuoto profondo e di un costante desiderio di riempirlo.
 
Paradossalmente si potrebbe dire che bulimia e anoressia sono in qualche modo una soluzione, una cura ad un problema profondo.
Tutta l’attenzione e la tensione sono incanalate verso il pensiero ossessivo della triade cibo-corpo-peso.
La mente colmata da questo pensiero, ogni spazio è intriso di cibo e occupato dal calcolo infinito di calorie, etti, grammi, centimetri. La scommessa contro il cibo è il propulsore della stessa esistenza.
 
La magrezza è l’unica chance, l’unica possibilità di rendersi visibili all’altro, visibili e allo stesso tempo irraggiungibili.
Ci si rende invisibili per essere visibili.
 
Il progetto bulimico-anoressico non è un enigma. È un paradosso. Questo progetto si fonda sulla capacità di controllarsi, si confonde con l’illusione di controllare tutto e tutti. Ma niente è scontato. In ogni attimo il giuramento sacro di non perdere di vista l’obiettivo del corpo-magro deve essere rinnovato.
Non ci si può fermare, non è permesso sedersi, coricarsi, abbassare la guardia.
Il rischio è quello di perdere il controllo di tutto e la conseguenza è quella di lievitare a vista d’occhio, all’infinito, per sempre.
 
Mangiare tre grissini e mezzo, tra due giorni alle dodici e trenta, da sola, è legittimo, ma mangiarli invece alle dodici e quarantacinque capovolge l’ordine e un giustiziere interno che non perdonerà.
 
Il pentimento non sarà sufficiente per lavare il peccato, la trasgressione.
Si dovrà espiare più intensamente ancora mettendo in atto un’ulteriore riduzione di quello che ci si era concesso. Un digiuno più marcato, chilometri in più da percorrere in aggiunta a quelli già stabiliti. Si dovrà consumare, bruciare, cancellare il segno di un cedimento imperdonabile.
 
È questo il cedimento che la persona bulimica non si perdona e che crede di poter cancellare aggiungendo un’altra crisi bulimica alla precedente, sospesa nell’illusione di poter vomitare una trasgressione con un’altra trasgressione.
 
Il passaggio alla continuità degli episodi bulimici segue in qualche modo la logica del chiodo scaccia chiodo, nella speranza di riuscire ad imboccare la via rigida dell’anoressia.
Sembra non ci sia uno spazio per interrogarsi sul senso di questa sofferenza.
 
Nel cuore di ogni persona bulimica batte l’ideale anoressico. La persona bulimica cerca, senza mai trovarla, la sua pace nell’illusione anoressica. Il corpo diventa il luogo, il continente dove si combatte una guerra, una lotta silenziosa e infinita con l’altro.
 
Bulimia e anoressia sono una soluzione, una risposta alla paura, una risposta alla rabbia che non si può esternare.
 
L’esilio bulimico-anoressico in cima alla vetta più alta del mondo permette di sottrarsi ai desideri propri e dell’altro, allo sguardo divorante di chi non riconosce il soggetto.
 
Bulimia e anoressia sono una ricerca estenuante di un’invisibilità che possa rendere visibile almeno il corpo, un tentativo disperato di scavarsi un posto nell’altro.
Scavarsi un posto sottraendosi ad un’abbondanza divorante e minacciosa, cercando come un faro di segnalare il proprio desiderio.
 
- Fabiola De Clercq

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