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Disturbi alimentari: imparare a "stare" 

Il sintomo anoressico-bulimico anestetizza e rende immuni dalle emozioni. Ma ricominciare a provare gioia e dolore è un passo fondamentale per tornare a vivere

di Fabiola De Clercq  - 09 Dicembre 2010
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Per le persone soggette a disturbi alimentari, il pensiero del cibo e del corpo è un'ossessione costante e occupa la mente in ogni suo spazio.
Mangio tutto, digiuno, vomito. Da domani non lo farò più, da lunedì non lo farò più, dall’ inizio delle vacanze non lo farò più.
 
Lasciare che per anni questo meccanismo impedisca a emozioni e desideri di manifestarsu ne mette a rischio l'esistenza e questo ha costi altissimi.
 
La privazione dalle emozioni diventa infatti necessaria quanto la stampella per una persona con una gamba fratturata.
Con l’aiuto di una stampella si può raggiungere una discreta autonomia anche se si dovrà rinunciare comunque ad andare in bicicletta o a correre. A vivere un'esistenza normale e felice.
 
Per la persona bulimica o anoressica il sintomo è quindi un equilibratore indispensabile: non giudica, non tradisce, non abbandona; è come un interlocutore ideale e il lavoro del terapeuta sembra voler separare il paziente dalla sua stampella, senza però avergli prima consegnato un altro strumento altrettanto affidabile e vitale.
 
Per questa ragione durante la terapia si nota spesso che in occasione di una crescita o di un cambiamento il sintomo sembra rinforzarsi.
 
Si pensa comunemente che rapportarsi con il dolore sia più facile se questo è autoinflitto. Il dolore causato da sestessi appare come un malessere collaudato che erige una barriera tra sé e gli altri possibili dolori.
 
Continuando il cammino, insistendo nonostante la paura e imparando a utilizzare la rete di protezione fornita dallo strumento terapeutico, si trovano con il tempo altri strumenti di supporto che portano alla piena conoscenza di sé stessi, all’accettazione dei propri limiti e al riconoscimento delle proprie capacità.
 
Questo insieme di accadimenti dà luogo a una nuova identità.
Ecco che piccoli progetti vengono a occupare la mente, le giornate non sono più scandite dai ritmi asfissianti e dai rituali legati al sintomo.
 
Il respiro torna normale, si conquista la capacità di attendere, senza riempire fittiziamente i vuoti, senza anticipare ed esorcizzare drammi antichi ma sempre in agguato.
 
Attraverso il lavoro sulla memoria un giorno ci si sente una persona intera, si impara a "stare".
Stare nell’attesa, nel dolore come nella felicità, lasciandosi trasportare dai propri desideri, a volte rischiando, spesso invece raggiungendo il benessere, senza stampelle.
 
Fabiola De Clercq - Fondatore e Presidente ABA

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