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Psiche: come si scelgono le vacanze? 

Per alcuni la vacanza è sinonimo di relax. Per altri equivale a un viaggio avventuroso. C'è chi va sempre negli stessi posti e chi cambia ogni anno. I motivi psicologici che si celano dietro la scelta della vacanza.

di Alessandra Montelli
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Perché alcune persone vanno in vacanza sempre negli stessi posti? E perchè altri invece scelgono mete diverse ogni anno?

Sono queste le domande che spesso ci poniamo in tema di viaggi. Sì, perchè la scelta della vacanza estiva non è a caso. Sottende sempre a motivi psicologici e a bisogni ben precisi.

Al di là dei fattori economici, di tempo e di opportunità proposte dagli amici, la destinazione di una vacanza è basata su determinate condizioni.

Per una buona parte della popolazione le vacanze sono intese come riposo e relax, e quindi sono considerabili valide se trascorse nello stesso luogo che si frequenta sin da quando si è bambini. I luoghi familiari sono la cornice che dà valore al relax che si cerca. Rassicurano, tranquillizzano, attenuano lo stress dell'anno che idealmente si sta per concludere.

Andare in posti diversi invece significa avventurarsi in una situazione incerta, che per quanto allettante potrebbe costituire un principio di stress o, in termini più medici, di distress.

Per un’altra buona parte della popolazione la vacanza è intesa come distrazione totale e disintossicazione mentale dalla routine quotidiana. Il viaggio pertanto si presenta come l’occasione migliore per decongestionare il proprio organismo e la propria mente.
I viaggi che queste persone cercano possono essere intese nella propria nazione, come cambiamento di ambiente, ma che mantiene un comun denominatore per esempio il mare o il lago o la montagna o le città d'arte.

Per altri ancora il viaggio è una modificazione totale, una cancellazione dell’ambiente familiare e la ricerca di un’avventura del tutto nuova: un viaggio all’estero in un paese esotico sconosciuto la cui lingua non viene parlata oppure un viaggio tanto avventuroso quanto rischioso.
La vacanza si configura insomma come una sorta di "violenza benefica" che dovrebbe scioccare sostituendo il noto all’ignoto, una sfida alle proprie capacità di adattamento al nuovo (si pensi ai viaggi on the road, alla scoperta di nuovi costumi, cibo, nuovo clima).

Questa specie di choc incoraggia e mette di buonumore molte persone.

"È come se nel loro mondo interno ci fosse una sorta di rinascita e di ricerca di qualcosa di magico che li riconnetta alla propria infanzia - sottolinea Roberto Pani, professore di Psicologia Clinica all'Alma Mater Studiorum di Bologna e psicoanalista - Si tratta di un sogno mentale che viene concretamente vissuto nell’esperienza concreta, ma che divena un'occasione che rompe gli schemi rigidi e che elimina simbolicamente i limiti della vita umana".

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