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Workaholism: quando il lavoro diventa una dipendenza 

Lavorare 10-12 ore al giorno, dedicandovi anima e corpo, fino a farne una malattia. Il fenomeno è sempre più diffuso, ma è bene prendersi delle pause. Come spiega lo psicoterapeuta

di Alessandra Montelli

Spesso inizia con un semplice "appassionarsi" al lavoro, che si manifesta in una notevole concentrazione capace di ottenere alte prestazioni professionali. Con il tempo, le ore dedicate al lavoro si moltiplicano fino ad occupare i weekend, la sera e i giorni di festa. Si è già nel regno della dipendenza, quando la dedizione ha lasciato il posto ad un modo ossessivo di lavorare (duro e sodo) che il workaholic considera normale.

Giorno dopo giorno, il malato cronico di lavoro si dimentica di avere una vita, e nel tempo libero svolge attività connesse al lavoro: per esempio legge un approfondimento professionale oppure si collega a siti internet inerenti la sua professione. E se non può lavorare, accusa segni di malessere, proprio come un'astinenza da una droga (che però in questo caso è positiva). E qui sta il punto cruciale.

Difficile riconoscere la dipendenza da lavoro in se stessi, perché lavorare è considerato giustamente sano e positivo. La nostra società occidentale, improntata sul lavoro, inoltre, non aiuta ad inquadrarla come una malattia, soprattutto oggi che l'economia è sempre più incerta.

In passato il workaholism colpiva prevalentemente uomini in carriera, ma oggi riguarda anche le donne e ogni tipo di occupazione. Dai dirigenti agli impiegati, soprattutto quelli con mansioni intellettuali.

«Lo stereotipo vuole che la scusa ufficiale dell'attaccamento al lavoro sia l'ambizione o la necessità di guadagnare e accumulare denaro - spiega lo psicoterapeuta Pani - ma in realtà dietro c'è altro». Torna su in alto nella gallery, scorri le pagine, per scoprire cosa.

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