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Accanimento terapeutico: i chirurghi dicono no 

Un sondaggio rivela che la maggior parte dei medici è contraria all'accanimento terapeutico e che la necessità di una legge in materia di sospensione del trattamento è sempre più necessaria

di Neva Ganzerla  - 25 Gennaio 2011
 

Nutrizione e idratazione forzate sono trattamenti medici e come tali devono essere oggetto di consenso informato.

Questo è il parere della maggior parte dei medici italiani; lo rivela un sondaggio effettuato tra i chirurghi membri dei consigli direttivi delle Società Scientifiche Nazionali, che ha evidenziato come una larghissima maggioranza di medici italiani ritenga che la nutrizione e l'idratazione artificiali devono essere oggetto di consenso informato.
 
Il sondaggio, promosso dal Collegio Italiano dei Chirurghi (CIC) su un totale di 1.050 professionisti, ha dimostrato che l'81 per cento dei medici italiani ritiene necessaria e urgente una legge su testamento biologico e sette medici su dieci sostengono che la dichiarazione anticipata di trattamento sia vincolante e non solo orientativa.
 
Dall'analisi dei risultati si legge anche che per il 97 per cento della categoria intervistata, bisogna asternersi dal persistere in trattamenti da cui non ci si possa attendere un beneficio per la salute del malato; mentre se il paziente non può esprimere la propria volontà, per il 92 per cento dei chirurghi bisogna tenere conto di quanto da lui precedentemente affermato in modo certo e documentato.
 
Anche nei casi estremi di rifiuto dell'alimentazione i chirurghi sono d'accordo tra loro quasi nella totalità: l'89 per cento infatti ritiene che il medico abbia il dovere di informare il paziente sulle conseguenze del digiuno protratto, ma anche che non debba assumere iniziative costrittive né tantomeno collaborare a manovre coattive di nutrizione artificiale, limitandosi quindi a effettuare semplice assistenza sanitaria.
 
Ma che fare nei casi estremi in cui il paziente perda coscienza prima della dichiarazione delle sue volontà terapeutiche?
Il 75 per cento dei medici dice di rifiutarsi di seguire le disposizioni di legge che prevedono la somministrazione di farmaci in ogni caso e si rifanno alla sola decisione del paziente (46 per cento), o al medico congiuntamente ai familiari (27 per cento) o solo al medico (2 per cento).
 
Nei casi limite come quelli noti per la cronaca degli ultimi anni, come il caso Englaro o Schiavo, il 65 per cento dei medici ritiene determinante la sola volontà del paziente, anche se un 16 per cento afferma di non accettare di operare la sospensione delle terapie per motivi etico-religiosi.
Il 12 per cento degli intervistati affiderebbe la decisione a una commissione etica di esperti, il 5 per cento la riserverebbe ai familiari del malato e l'1 per cento lascerebbe il peso della scelta al medico curante o a un magistrato.
 
"Non sono emersi dubbi" conclude Pietro Forestieri, presidente del Cic "Sulla necessità di varare una legge condivisa su un argomento così delicato". Si spera che presto possano avvenire cambiamenti sia sul piano nazionale che su quello europeo in modo da uniformare le norme sanitarie comunitarie ed arginare i fenomeno della richiesta di eutanasia all'estero.

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