Isabelle Caro e l’indifferenza 

È morta a 28 anni la modella famosa per la campagna di Oliviero Toscani. In Italia la notizia non è quasi arrivata perché di anoressia nessuno vuole sentir parlare

di Fabiola De Clercq  - 10 Gennaio 2011
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AmericaNewsToday

 

Isabelle Caro, la modella anoressica resa tristemente celebre dalla campagna pubblicitaria firmata da Oliviero Toscani, ha smesso di lottare per la vita lo scorso 17 novembre. Aveva solo 28 anni e nessuna percezione della gravità del suo stato.
 
C'è anoressia e anoressia, bulimia e bulimia, anoressia e bulimia insieme!
L'anoressia non è una diagnosi di struttura, ma un fenomeno. La diagnosi che è sotto questo fenomeno, si compie in altri modi: nevrosi, disturbo borderline, psicosi. Ci può essere anoressia con struttura nevrotica del soggetto, con struttura borderline, o ancora, con struttura psicotica.
Per questo è meglio parlare di anoressie e bulimie al plurale. Nessuna è simile all’altra. Sono solo nomi, ma per rendere efficace la cura è essenziale capire con quale sfumatura del sintomo ci si sta rapportando.
 
In ogni caso però, questo significa una sola cosa. Sofferenza e nient'altro. Cambiano i nomi, ma la sofferenza è l'unica a parlare. Senza le parole, parla con il corpo, fino a morirne nel 5-20% dei casi.
 
Fare chiarezza su questo argomento che tocca oltre 3.000.000 di donne e ora anche uomini, bambine e bambini, è impossibile.
Nessuno vuole sapere, sono argomenti che apparentemente (per preconcetti e cultura di questo paese) non sono interessanti. Non riguardano nessuno a meno che non succeda in casa.
Omertà, ancora omertà.
In realtà però, quando la televisione lo permette, parlare di disturbi alimentari in modo serio e professionale come fa l'ABA, promuove uno share del 15%.
 
Ma spesso ci vuole il morto perché se ne parli, come è successo in questi giorni con il caso di Isabelle Caro.
 
La notizia si è diffusa solo il 29 dicembre.
In serata, 23 telegiornali francesi hanno dato la notizia in apertura.
È stata una notizia importante perché questa povera ragazza che ho conosciuto, incarnava (paradossalmente perché di carne non si poteva parlare) la priorità di un disagio troppo diffuso, tipico del vivere odierno in tutto il mondo.
 
È nella corsa alla costruzione di un’immagine di sé perfetta, nell’impossibilità di piacersi ed amarsi, che prendono spazio le nuove dipendenze. Come se le sostanze, il cibo, la droga, l’alcool, potessero farci dimenticare il dolore.
Una dittatura dell'immagine che si scontra con una percezione del proprio valore, solitamente pari a zero.
 
Le donne pensano ancora di non valere niente sopratutto quando hanno subito traumi come lutti, abbandoni, maltrattamenti e abusi.
 
È del dolore più profondo, più difficile da vedere e da comprendere, di quel dolore che non può essere "scannerizzato" e così difficile da curare, che il soggetto non può parlare per timore di venire emarginato.
 
Ma è anche importante dire che nel 88% dei casi, si guarisce: Non da soli, s'intende.
 
- Fabiola De Clercq, Fondatore e Presidente ABA

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