Alla ricerca dell'autonomia con Emanuela, tecnico di orientamento e mobilità 

di DonnaModerna.com consiglia
 

L’indipendenza, l’autostima e la fiducia in se stessi sono fatte di piccoli e grandi traguardi, diversi da individuo a individuo. A volte anche un semplice passo o il riconoscere ed afferrare un oggetto possono essere una significativa vittoria. Lo possono ben dire alla Lega del Filo d’Oro, Associazione in cui, ogni giorno, educatori, medici, psicologi e volontari lavorano per potenziare le abilità residue di ogni persona sordocieca o pluriminorata psicosensoriale verso il raggiungimento dell’autonomia.

È il lavoro che ho sempre sognato, non potrei fare altro, perché modella un percorso riabilitativo diverso per ciascuno, fino a raggiungere il massimo risultato possibile dato il contesto e le condizioni di partenza”. A parlare è Emanuela Storani, 49 anni e una laurea in Psicologia, dal 1996 Tecnico di orientamento e mobilità nella sede nazionale osimana dell’Associazione. “È una sfida che mi fa sentire utile, perché posso toccare con mano ogni giorno i progressi compiuti”.

La sua figura professionale si occupa di fornire agli utenti il più alto grado di autonomia nell'ambiente e a far sì che la persona pluriminorata impari ad orientarsi nello spazio circostante. Per chi non vede, non sente e non parla anche i dettagli della quotidianità devono essere scoperti lentamente, la percezione dello spazio è più complessa ed i movimenti si affrontano con difficoltà.

Infatti non è stato sempre facile per Emanuela. “Quando sono entrata alla Lega del Filo d’Oro ho pensato che non ce l’avrei mai fatta a fare questo lavoro”, ricorda. “Nel 1987 frequentai un corso per operatore educativo-riabilitativo nella nostra sede ma il tirocinio fu difficile: mi sentivo inadeguata, impaurita. Devo ringraziare i colleghi che mi hanno sostenuta, ma soprattutto i ragazzi, che hanno trovato il modo di entrare in rapporto con me”.

Può sembrare strano ma invece è semplicemente meraviglioso: spesso sono gli stessi utenti a insegnare qualcosa a chi li assiste. Laura, una delle prime ragazzine con cui Emanuela ha lavorato, si rifiutava di ascoltarla, non perché non capisse ciò che le veniva detto, ma solo perché voleva che le fosse detto in un certo modo. “Mi stava educando”, racconta. “Quando me ne sono resa conto, è cambiato tutto. Ho capito che i disabili non sono, appunto, ‘disabili’ ma ‘persone’ con cui entrare in rapporto e costruire una relazione innanzitutto umana, al di là di tecniche e strategie”.

È così che ha trovato la chiave per stabilire il contatto, per ricevere e dare. Ed è stato un crescendo, di professionalità ed entusiasmo.

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