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Quando l'igiene diventa una mania 

L'igiene è la grande invenzione della Modernità, certo. Se non si avesse avuto la possibilità di lavarsi, le malattie si sarebbero centuplicate nel corso dei secoli. Ma quando diventa una mania che vuol dire? Ne parliamo con lo psicoanalista

di Alessandra Montelli

A tutti noi è capitato di conoscere persone vivono quasi pensando solo all’igiene: puliscono la casa in modo maniacale, si lavano continuamente le mani, sono terrorizzate dall'idea di contaminarsi con germi e batteri. Cosa significa l'eccesso di igiene?

Secondo il Prof. Roberto Pani, Docente di Psicologia Clinica all'Università di Bologna, "queste persone spesso sono molto attente anche con i cibi e sono molto igieniste. La parola chiave che sottende questo discorso sembra essere l’ipercontrollo che, nel caso del lavarsi continuamente, lo sporco è individuato come il nemico che compare continuamente e deve essere debellato". Diamo per scontato che in questi casi lo 'sporco' non esiste realmente se non come 'forma maniacale' di sterilizzazione assoluta.

Perché tale rigore d'igiene?

"Gli interlocutori interiorizzati che consultano l’Ego (equivalente psichico del Sistema Nervoso Centrale), cioè il regista che dirige la nostra vita verso i normali desideri, sono molto severi e rigidi, e disturbano il vissuto dell’Ego - prosegue Pani -  E’ come se sgridassero il soggetto di non essere a posto, di avere un corpo imperfetto, inadeguato, difettoso e percepiscono lo sporco come il caprio espiatorio che non li fa sentire a posto con se stessi". Queste persone debbono correggersi ossessivamente e compulsivamente, e quindi non si sentono tranquilli se non si lavano continuamente. Spesso danneggiano la loro pelle che non fa in tempo a riprendere il normale equilibrio. Nei casi peggiori, la pelle, a furia di essere strofinata, si secca e si rovina, si desquama e spesso si graffia,anche producendo ezcemi da contatto, ulcerazioni e infiammazioni da strofinamento meccanico.

Naturalmente queste personenon risolvono niente ?
"No, anzi alimentano un circolo vizioso che non termina mai, perché il soggetto non si sente mai a posto e si laverebbe sempre di più.

Una volta un colloquio clinico con un paziente - della durata di circa un’ora - si è interrotto per ben sei volte per andare in bagno, per lavarsi le mani. Si sentiva in colpa per la morte della madre che era scomparsa a causa di un incidente stradale all’improvviso. Il suo attaccamento a lei gli impediva di accettarne la perdita e negava l’accaduto percependo la sua colpa, per altro ingiustificata sul piano della realtà, dato che lui non era coinvolto in alcun modo nel luogo dell’incidente.

Una possibile cura in questo caso?
Nel contesto analitico, cioè la relazione tra l'analista e il paziente, una possibile cura consiste nell'avere molta pazienza nell’ascoltare il dolore di tali pazienti qualunque esso sia e cercare gradatamente di intervenire con molto affetto e comprensione, "intercettando" a se stessi come psicoterapeuti quel che manca al paziente, ovvero cogliere il bisogno affettivo che il paziente trasferisce sull'analista. Poi, sempre dal punto di vista dello psicoterapeuta, si tratta delicatamente di riportare il paziente alla realtà che sta vivendo nella propria situazione.
E nella realtà, senza fare un'analisi, qual è una cura?
E' importante ascoltarsi profondamente e cercare di capire da dove ha origine quel bisogno di lavarsi ossessivamente e di "disinfettare" qualsiasi cosa con cui si entri in contatto.

Ringraziamo il prof. Roberto Pani, psicoanalista e psicologo clinico a Bologna

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