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Quando l'obesità è paura di essere abbandonata 

L'obesità non è sempre il semplice frutto di una cattiva alimentazione. A volte il grasso corporeo è uno scudo che protegge dalla paura dell'abbandono e allontana il mondo esterno

di Fabiola De Clercq  - 11 Ottobre 2010
Credits: 

Fotolia

 

Per anni le donne obese non si sono identificate nella bulimia né, come è ovvio, nell’anoressia.
Infatti l’ABA, nei primi anni, non riceveva domande di aiuto da parte di persone con questo problema.
   
Ritengo che ciò sia attribuibile al pregiudizio secondo cui l’obesità non sarebbe una patologia, ma piuttosto una rinuncia ai canoni della moda, all’ideale della magrezza. Una sorta di controtendenza.
 
L’obesità è invece una malattia sociale definita, un handicap specifico che racchiude un livello di sofferenza enorme.
 
Il dolore non può essere pesato; non esistono bilance che possano sancire la qualità o la quantità della sofferenza. Tuttavia, la difficoltà a occuparci pienamente dell’obesità, fsi lega alla distanza che il soggetto obeso mette tra sé e il proprio corpo.
 
Il grasso che avviluppa, che ricopre e cancella lo scheletro, rende il corpo simile ad una struttura di gomma, fa rimbalzare qualsiasi contatto.
 
Il grasso sembra essere lì per suscitare disgusto nell’altro, per fargli mantenere una distanza, per tenerlo a bada.
Il grasso sembra avere la funzione di tenere lontano l’altro. Un altro che può andarsene dopo avere dato l’illusione di amare. L’obeso sembra essere egli stesso espulsivo, sembra anticipare l’abbandono per non essere abbandonato.
 
L’obesità non appare come un disturbo alimentare, non fa pensare di per sé né ad una malattia dell’appetito, né ad una malattia dell’amore, anzi, mangiare a dismisura suscita l’abbondanza, l’eccesso fino alla saturazione.
Niente a che vedere con il bisogno, la mancanza di qualcosa, anche se negata, che leggiamo nel sintomo anoressico-bulimico.
Tutto evoca appagamento e il soggetto fa il possibile per ostentarlo, diventando l’ostaggio di se stesso, preso nel proprio gioco dimostrativo, nella solitudine dove il cibo lo sostiene, lo salva, lo cura.
 
Il cibo dunque sostiene, è l’interlocutore privilegiato che non tradisce, non abbandona, è sempre a portata di mano.
Il grasso filtra le emozioni, le attutisce, garantisce una tenuta.
 
Il niente di cui si riempie la donna anoressica evoca il troppo che nell’obesità viene ostentato.
Il terrore dell’aumento di peso nell’anoressica ricorda l’attaccamento al proprio grasso del soggetto obeso.
 
Questo si può capire anche osservando la depressione che dimostra l’obeso quando si mette a dieta: è del tutto simile all’angoscia dell’anoressica che viene costretta a mangiare.
L’una e l’altra proteggono a tutti i costi, costi altissimi, una posizione essenziale alla loro sopravvivenza.
 
- Fabiola De Clercq, Fondatrice e Presidente ABA
 
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