La paura di crescere 

Se ne parla tanto. Non si capisce se è vera o presunta. Abbiamo fatto domande dirette allo psicoanalista Roberto Pani, per capire cos'è la paura di crescere.

di Alessandra Montelli  - 22 Novembre 2011

Che cos'è la paura di crescere?
E' una sensazione di inadeguatezza, di essere fermi, di aver paura di tutto e di sentirsi inferiori ad altri, che sembra sappaino tutti e che abbiano una marcia in più. Spesso genera anche invidia.

Dunque, la paura di crescere esiste davvero. O è un'invenzione dei media? O - peggio - di chi si sente maturo?
No, non è un’invenzione dei media o degli educatori o delle persone "adulte": parliamo naturalmente di crescita psicologica che, nel caso della nostra conversazione, si riferisce più precisamente alla crescita evolutiva di alcuni adulti, escludendo la crescita tipica dell’infanzia.

Perchè allora da adulti ci sente ancorati all'infanzia?
Perché sembra che questo periodo, nel quale il bambino era apparentemente protetto - in modo illusorio o concreto dalla famiglia - rappresenta per l'adulto che non vuole crescere un vantaggio, che consiste nell’essere coccolato e nel tenere lontano le difficoltà proprie degli adulti che sembra debbano affrontare un mondo difficile e complicato.

Perché è così diffusa nei nostri tempi, tanto che la sindrome di Peter Pan è stata definita la malattia del secolo?
La favola di Peter Pan è infatti adattissima per spiegare come qualche adulto preferisca sognare rimanendo nel proprio brodo, cioè non esponendosi per non cambiare, immaginando di svegliarsi tardi la mattina con i genitori che gli porgono caffè e latte, e il cane che gli porge il giornale. Dovendo fare un esempio immaginifico.

Per quel che riguarda l’identità di genere femminile, la paura di crescere si collega meglio alla favola di Cenerentola, che sogna di essere protetta e amata dal principe azzurro, che prima o poi la ritrova e la riconosce dal suo piedino che si adatta alla delicata scarpina di cristallo.

Può sembrare strano, ma crescere fa paura all’adulto, magari anche quando ha raggiunto una buona indipendenza economica e professionale o ha trovato nel partner o nella sua nuova famiglia, una propria realizzazione affettiva, addirittura diventando madre o padre. Spesso moglie e marito fungono da genitori l’uno all’altro...

Perchè spesso non si vuole crescere e non si cerca di abbandonare quella parte di noi che è rimasta infantile?
Innanzitutto, vorrei precisare che con la parola "indipendenza" non intendo "autonomia", anche se nella lingua italiana i due termini si equivalgono.

Da un punto di vista psicoanalitico, l’indipendenza evoca certamente azioni e comportamenti positivi, riferendoci al fatto che il bambino deve raggiungere alcune indipendenze, per continuare a crescere: imparare a camminare, mangiare da solo, allacciarsi le scarpe, leggere l’ora nell’orologio, sapere le tabelline, ecc.
L’indipendenza consiste, in altre parole, nell’aver acquisito alcune abilità concrete, l’autonomia che ha a che fare con la crescita, invece si riferisce a ciò che è

sostanzialmente interiore e consente la libertà di muoversi secondo i propri desideri adulti, che sono diversi dai bisogni infantili urgenti e che - in ultima analisi - richiamano la dipendenza assoluta dagli adulti.

Direi che la crescita - e la conseguente maturità - abbiano a che fare con l’autonomia e il senso di padronanza di sè e di libertà. Questo però, come ho detto, può far paura di perdere i privilegi illusori che si mantengono a livello inconscio. Mi riferisco alle illusioni infantili di essere eternamente protetti da qualcuno.

Questo è il motivo per il quale alcune persone adulte, dal punto di vista anagrafico, non se la sentono o non sono ancora pronti ad abbandonare la parte infantile di sé.

Come faccio a capire che non voglio crescere, anche se io asserisco convinta il contrario?
Mi accorgo che certe situazioni di cambiamento mi fanno paura e le novità, appena un po’ rischiose, vengono continuamente evitate. Oppure piango quando non l’ho avuta in alcune situazioni capricciose; oppure spesso mi sento sola e abbandonata quando nella realtà non sarebbe proprio così, perchè sono circondata da persone che mi vogliono bene.

Mi sento oppressa, voglio protestare...contro chi? Attribuisci la colpa sempre dell’altro, quando forse non c’è alcuna colpa o viene soltanto richiesto di assumersi un minimo di responsabilità o di essere soggetti protagonisti di una situazione.

C'è soluzione? Si cresce prima o poi?
Normalmente è così, anche se, a volte, occorre tempo e certe esperienze stimolanti, fortunati incontri con persone adatte a se stessi giova molto.
A volte, se non si riesce a uscire dall'immobilismo, un aiuto professionale può accelerare i tempi di crescita psicologica.

(Ringraziamo il Prof Roberto Pani, psicoterapeuta a Bologna e docente di Psicologia Clinica all'Alma Mater Studiorum)

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