Più protette dal tumore al seno 

Novità per le giovani che hanno un’alterazione genetica e si sottopongono a molti controlli perché rischiano di ammalarsi. E adesso esistono anche tecniche innovative per le donne che affrontano una mastectomia

di Cinzia Testa  - 11 Febbraio 2011
 

Oggi in Italia dal cancro al seno si guarisce in ben otto casi su dieci. Soprattutto perché sappiamo “stanarlo” presto, persino quando è solo di pochi millimetri. E perché i medici stanno sempre più personalizzando il percorso di prevenzione e cura. Prendiamo il caso delle giovani donne con un alto rischio di ammalarsi: i ricercatori hanno scoperto che con la risonanza magnetica si può cogliere un eventuale tumore in fase iniziale e operarlo subito. E per chi ha subito una mastectomia ora c’è un nuovo tessuto che mette al riparo dal rischio di rigetto.

 

L’esame
Ci sono donne che non possono mai abbassare la guardia. Perché hanno un alto rischio di ammalarsi di tumore del seno. Sono quelle con meno di 40 anni, che hanno più di una parente che ha avuto questo tipo di cancro e che sono risultate positive ai test genetici. «Oggi abbiamo trovato un modo di tenerle efficacemente sotto controllo» spiega Marco Venturini, direttore dell’oncologia medica dell’ospedale Sacro Cuore di Negrar di Verona e presidente dell’Associazione italiana di oncologia medica. «Gli studi internazionali hanno dimostrato che l’ideale è alternare ogni sei mesi una risonanza magnetica e una mammografia. Presi singolarmente questi due esami non sono in grado di distinguere con sicurezza la natura benigna o maligna di una lesione. Ma usando le informazioni che arrivano dall’uno e dall’altro esame otteniamo una diagnosi molto precisa. A questo si aggiunge il fatto che la risonanza riesce a scovare anche lesioni piccolissime». La risonanza è un esame sicuro e non emette radiazioni dannose per l’organismo. Viene eseguito negli istituti dei tumori ed è a carico del Servizio sanitario nazionale.

 

La protesi
Ancora oggi ci sono casi di tumore che richiedono la mastectomia, cioè l’asportazione del seno. Ai disagi psicologici legati all’intervento a volte si aggiungono altri problemi. Perché si possono avere infiammazioni che rischiano di innescare reazioni dell’organismo che portano addirittura al rigetto della protesi. Rischio che ora si può evitare. «Al termine dell’intervento si mette nella zona inferiore del seno un tessuto di origine animale, perfettamente compatibile» spiega Domenico Samorani, chirurgo oncoplastico presso l’Ospedale Sant’Arcangelo di Rimini, che per primo ha utilizzato questa strategia. «Il tessuto è a forma di mezzaluna e crea una specie di tasca. All’interno viene inserita la protesi e poi viene riposizionata la pelle del seno, in modo da ricostruirlo». La tecnica è indicata quando è necessario un ciclo di radioterapia dopo l’intervento. Le radiazioni, infatti, spesso provocano la fibrosi, cioè degli indurimenti del tessuto che danno infiammazioni, con il conseguente aumento del rischio di rigetto della protesi. La “tasca” protegge la zona, impedisce la fibrosi ed evita quelle reazioni a catena che possono portare a complicazioni».

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