Dolore: parlarne fa bene 

Il dialogo con il medico è importante per migliorare l'efficienza delle terapie e affrontare la malattia serenamente

di Neva Ganzerla  - 16 Luglio 2010
 

Condividere le proprie sensazioni col medico è fondamentale per affrontare bene la malattia. Soprattutto se si sta tratta di dolore cronico.
 
"Nella terapia del dolore va sicuramente considerata l'importanza del colloquio con il paziente almeno per due ragioni: da una parte per la maggiore possibilità da parte del medico di conoscere timori ed esigenze del paziente e quindi rassicurarlo; dall'altra, per condividere degli elementi costitutivi della terapia: farmaci, posologia, durata, effetti collaterali" afferma il Prof. Egidio Moja, Ordinario all'Università Statale di Milano, Psicologo e Psichiatra.
 
Una ricerca indetta da www.doloredoc.it mostra che solo il 42 per cento dei pazienti afferma di condividere con il proprio medico le informazioni sui principali aspetti della terapia del dolore (benefici ed effetti collaterali della terapia, scelta del farmaco, via di somministrazione e indicazioni circa la posologia), mentre i medici dichiarano di farlo nel 93,98 per cento dei casi.
 
Una discrepanza notevole che si manifesta anche riguardo alla durata della prima visita: il 36,4 per cento dei pazienti afferma che l'incontro duri 10 minuti mentre il 56,7 per cento dei medici ritiene che duri oltre i 20 minuti.
Molte ricerche sottolineano la differenza di tempistiche che medico e paziente registrano: per i pazienti, i tempi di visita risultano sempre piuttosto brevi e questo è un modo di manifestare il proprio bisogno di attenzioni.
 
"Diversi studi internazionali concordano nell'affermare che una visita che si prolunghi oltre i 20 minuti non è necessariamente più soddisfacente", aggiunge Moja.
 
"Un buon rapporto medico-paziente è sempre auspicabile per affrontare al meglio qualsiasi tipo di malattia, ma quando si tratta il dolore l'alleanza tra medico e paziente è vitale perché il dolore, oltre a minare profondamente la vita del paziente, è segno della malattia che parla" e come tale porta con sé un pesante carico di timori e preoccupazioni, conclude Moja.
La manifesta necessità di attenzioni da parte del paziente non testimonia "una relazione compromessa, quella tra medico del dolore e paziente, ma rimarca il bisogno di un miglioramento della comunicazione tra i due soggetti" afferma il Dott. William Raffaeli, Direttore dell'Unità operativa di terapia Antalgica e cure Palliative dell'Ospedale Infermi di Rimini e Presidente di FederDolore "È quindi necessario costruire un ponte comunicativo tra medico e paziente".

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