Che cos'è la resilienza? 

Secondo la fisica, la resilienza è la proprietà che hanno i metalli di  tornare alla loro forma iniziale. Nella vita è una risorsa psicologica che ha a che fare con la forza d'animo. Cerchiamo di capirne un po' di più. Grazie al racconto di un caso clinico.

di Alessandra Montelli
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Secondo la fisica, la resilienza è la proprietà che hanno i metalli di tornare alla loro forma iniziale. Nietzsche aveva reso il concetto in un celebre aforisma: “Tutto ciò che non mi fa morire mi rende più forte”.
Funesto? Al contrario! E’ forza d’animo! Una incredibile risorsa umana - troppo umana, parafrasando il filosofo tedesco pilastro del Novecento - sulla quale la psicoterapeuta Anna Oliverio Ferraris, docente di Psicologia dello Sviluppo all’Università La Sapienza di Roma, si è concentrata in uno dei suoi studi

Persino nel linguaggio comune, la resilienza ha acquistato una notevole rilevanza e se ne fa un grande uso.

Ha vari significati: in ingegneria si riferisce ad una materia che ha la capacità di non spezzarsi; in informatica indica la capacità di resistere all’usura dei servizi che sono erogati; in biologia si riferisce al tessuto che ha la capacità di auto-ripararsi, con flessibilità e mobilità; nella bio-tecnologia applicata alla medicina la capacità delle protesi di adattarsi al corpo umano; in geriatria enfatizza come certi anziani molto malati hanno la capacità di recupero inaspettato, rispondendo ottimamente ad alcune cure.

E in psicoterapia cosa vuol dire?

Secondo lo psicoanalista Roberto Pani, docente di Psicologia Clinica all’Università di Bologna. “Ci troviamo di fronte a pazienti la cui vita psichica è spesso devastata: lo psicoterapeuta dovrebbe cercare di individuare “i luoghi della psiche” in cui esistono alcune risorse psichiche che potrebbero essere trasformate in atti e comportamenti virtuosi. Mi permetto di citare un caso clinico: una giovane donna dichiara di voler farla finita perché è stata abbandonata da un uomo che amava molto, e dal quale è stata delusa, offesa, umiliata e abbandonata. La sua autostima è ridotta quasi a zero, è un po’ autolesiva, pessimista, sfiduciata. Oltre a rifiutare  ogni tipo di aiuto che le viene offerto.

Lo psicoterapeuta si accorge di essere oggetto di un certo interesse e passione di quella paziente. Si accorge cioè che in lei vi sono dei bisogni affettivi particolari che girano attorno al fascino intellettuale, alla capacità di essere compresa e di comprendere in generale il mondo - così almeno dichiara la paziente.

Tale attaccamento allo psicoterapeuta si chiama transfert e rappresenta la traduzione inconscia, proiettata su di lui, di bisogni emotivi profondi. Tali bisogni profondi non consci riguardano per esempio conflitti (amore-odio), che riguardano la figura paterna, e che vengono ripetuti e rivissuti tramite l’analista nella scena analitica del setting. Ecco allora che la resilienza diventa importante. Lo psicoterapeuta dovrebbe "usare" questa positività di sentimenti per aumentare la vitalità positiva della paziente e aiutarla a spostarla su figure maschili che appaiono alternative ma assai positive.
La paziente comincia così a sentirsi sempre più accolta e valorizzata ed è come se dicesse: "se sono apprezzata dallo psicoterapeuta posso forse essere apprezzata anche da qualcun altro"

Quindi lei sostiene che le risorse umane di questa paziente, in questo caso riferite alla passionalità, invece di usarla contro se stessa, grazie all'aiuto terapeutico, vengono utilizzate verso una persona alternativa sia al padre conflittuale del passato, sia al fidanzato deludente?

Si, la figura dello psicoterapeuta diventa un intercettatore, un catalizzatore di sentimenti positivi che debbono essere utilizzati per costruire nuove storie positive. In altre parole, gli interlocutori interni, quelli che parlano dentro il nostro Noi (Sé) cioè all’Ego (equivalente psichico del Sistema Nervoso Centrale) che è il regista della nostra vita, vengono valorizzati e captati, staccati da certi contesti confusi, per essere riutilizzati in modo alternativo e costruttivo.
"Resilienza significa usare un difetto per mostrarlo alla persona come caratteristica di quella persona stessa, e incoraggiarla a valorizzarla come cosa propria e specifica e portarla alla creatività e autonomia".

Ringriaziamo il Prof. Roberto Pani, psicoterapeuta psicoanalitico a Bologna

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