Nasce il partito contro la terapia ormonale 

Basta cerotti e
pillole. Fino a ieri si pensava che fossero un rimedio perfetto per i sintomi della menopausa. Ma oggi gli esperti sposano
la tesi opposta: usarli aumenta il rischio
di tumori al seno e di ictus. E non serve a prevenire l'Alzheimer

di Antonella Trentin  - 09 Giugno 2008

Terapia sostitutiva in menopausa indietro tutta: gli ormoni fanno paura.  Cerotti e pillole a base di estroprogestinici vanno usati solo in situazioni particolari: quando la donna soffre di sintomi estremi, vampate, sudate a profusione e insonnia tenace. Oppure se è in menopausa precoce, cioè prima dei 45 anni (in questo caso servono per prevenire gli effetti di un invecchiamento anticipato, come l'osteoporosi). Comunque gli ormoni devono essere assunti per il minor tempo possibile e nelle dosi più basse. Queste, almeno, sono le indicazioni emerse dalla Conferenza di consenso, organizzata dall'Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri e dall'Istituto superiore di Sanità, il 16 e il 17 maggio scorso, in un convegno all'università di Torino. Alla Conferenza hanno preso parte esperti della comunità scientifica italiana, associazioni dei consumatori, giornali (compresa Donna Moderna), case farmaceutiche. Insieme hanno lavorato un anno intero valutando autorevoli studi scientifici internazionali sui rischi e i benefici della terapia ormonale sostitutiva (Tos), l'informazione trasmessa dalla stampa sul climaterio, i consigli dei ginecologi alle pazienti, la consapevolezza delle donne nello scegliere o rifiutare gli ormoni.Aumenta il rischio di malattie Ma a cosa serve una Conferenza di consenso? È uno strumento di lavoro nato una decina di anni fa negli Stati Uniti con l'obiettivo di esprimere valutazioni indipendenti su questioni mediche particolarmente controverse. La terapia ormonale sostitutiva è senz'altro tra queste. Fino al 2002 era considerata una specie di panacea per tutti i mali: oltre ad annullare i fastidiosi sintomi della menopausa come vampate, calo del desiderio, insonnia, gli scienziati erano convinti che avesse una funzione preventiva verso alcune malattie del cuore, del cervello e delle ossa. «Poi, nel 2002, la doccia fredda» spiega Paolo Zola, docente di Ginecologia all'università di Torino e relatore del gruppo scientifico alla Consensus conference. «Un grande studio americano su 16 mila donne fra i 65 e i 79 anni, il Whi (Women's Health Initiative), pubblicato sul Journal of American Medical Association, ha dimostrato che la Tos aumenta il rischio di tumori al seno, cardiopatie coronariche, ictus, tromboembolie polmonari, anche se riduce quello del tumore al colon e della frattura dell'anca». La ricerca ha demolito persino le speranze sugli effetti preventivi rispetto all'Alzheimer e alla demenza senile. Per non parlare del cuore, visto che la Tos accresce le probabilità d'infarto. «L'aumento dei tumori alla mammella si registra fin dal primo anno di assunzione della terapia» spiega Zola. «Non solo. Uno studio pubblicato nel 2008 sulla rivista scientifica Jama dimostrerebbe che il pericolo si protrae per sette anni dopo la sospensione della cura». Normalmente, infatti, il cancro al seno colpisce 24 donne su 10 mila. Quelle che assumono la Tos per cinque anni (il periodo massimo raccomandato), invece, hanno un rischio di ammalarsi superiore di un terzo: otto donne in più su 10 mila. «Lo stesso accade per le malattie cardiovascolari» chiarisce Zola. «Però, in questo caso, il rischio aumenta solo in quelle oltre i 60 anni, che quindi hanno fatto un uso prolungato della terapia: sette donne in più, rispetto alla media, ogni diecimila». Tutto chiaro, allora? Niente affatto. Dopo la sua pubblicazione, il Whi (Women's Health Initiative) è stato al centro di feroci polemiche e contestazioni: per il campione di donne scelto (di età troppo elevata e, quindi, più soggetto a malattie) e perché si suppone che gli ormoni abbiano effetti differenti a seconda del periodo della vita in cui vengono somministrati. Dunque, un conto è prenderli a 50 anni, un altro dopo i 65.

Non tutti sono d'accordo Il mondo della scienza è tuttora diviso. Il famoso oncologo Umberto Veronesi, per esempio, sostiene che il rapporto rischi-benefici della Tos sia abbastanza equilibrato. La sessuologa Alessandra Graziottin dell'ospedale San Raffaele Resnati di Milano la prescrive all'82 per cento delle signore che frequentano il suo studio. Ma allora come fanno le pazienti a districarsi tra opposti pareri? «Non è semplice» avverte Serena Donati, ricercatrice dell'Istituto superiore di sanità. «Infatti, un'indagine su 720 donne, condotta alla fine del 2007 in alcune Asl di Piemonte, Marche, Lazio, Abruzzo e Sicilia, ha rivelato che il 57 per cento sono confuse sull'uso dei farmaci. A causa proprio delle informazioni contrastanti sulla terapia ormonale sostitutiva ricevute dai medici». Per questo la Conferenza di consenso ha cercato di fare chiarezza.

Le donne si mostrano prudenti In generale, comunque, le italiane con gli ormoni sono prudenti. «Benché l'83 per cento dica di aver sperimentato le vampate, solo il 27 per cento dichiara di aver fatto ricorso alla Tos» spiega Donati. «Segno che le donne considerano la menopausa una normale fase dell'esistenza, non una malattia». Niente di grave, non si è più giovani come prima. Punto e basta. «Non sarei così ottimista» obbietta la Graziottin. «Dove la mettiamo la qualità della vita? Già tre anni dopo l'inizio della menopausa, per esempio, a causa dell'assottigliamento della parete vaginale, il 47 per cento delle donne prova dolore durante i rapporti sessuali, mentre la caduta di ormoni provoca un calo del desiderio. Decidiamo che a 50 anni l'eros di una donna è finito? Op10pure le diamo gli ormoni che l'aiutano a stare meglio? Non sottovaluterei neppure le vampate: non sono soltanto una grande seccatura, ma una spia della cattiva salute del cervello. Chi ne soffre ha un rischio significativo di andare incontro a depressione e malattie neurodegenerative come l'Alzheimer». «Non sono d'accordo» controbatte Zola. «Non serve la Tos per risolvere i dolori vaginali, è sufficiente una crema locale a base di ormoni. E non esiste alcuna evidenza scientifica che la terapia ormonale sostitutiva abbia un effetto protettivo sul cervello». Come si vede, il dibattito continua. Il fronte della prudenza, però, può contare sul parere di una Conferenza di consenso, ottenuto con criteri scientifici e verificabili. E non è poco.

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