"Gol" - Un racconto sull'amore ai tempi del calcetto 

"Non preoccuparti", sorride Marco. "È solo un cucciolo".
La sua padrona vorrebbe chiedergli come lo sa, che è solo un cucciolo, magari fa il veterinario, oppure ama molto gli animali, sarebbe bello se amasse molto gli animali, ma prima deve convincere Ettore a restituire il pallone, e capisce subito che non sarà un'impresa facile, perché Ettore non ha nessuna intenzione di mollare tanto facilmente la sua preda...

di Federico Grosso  - 18 Settembre 2008

di Federico Grosso

La palla rotola oltre la porta.

Vale a dire oltre le due giacche stese per terra, a recitare in modo molle e approssimativo il ruolo dei pali.

Alle spalle di Marco, che rincorre la palla senza troppa fretta, i compagni di squadra dicono che è palo.

Gli avversari dicono che è gol.

I compagni dicono che se la giacca di sinistra fosse stata di legno come un palo vero, quella palla sarebbe rimbalzata in direzione opposta.

Gli avversari dicono che quella giacca stesa per terra è larga almeno tre volte un palo vero, e che la palla è passata chiaramente all'interno.

I compagni dicono che il loro portiere era sulla traiettoria e che l'ha lasciata sfilare proprio perché era evidente che fosse palo, che altrimenti l'avrebbe presa.

Gli avversari dicono che, come ben dimostra il risultato, il loro portiere le ha lasciate sfilare tutte, indipendentemente dal fatto che fossero fuori, dentro o sul palo.

La palla rotola oltre la porta, e forse è gol, o forse no; ma questo a Marco non interessa, perché la palla rotola, rotola e rimbalza, indifferente alle conseguenze delle proprie traiettorie, intercettando l'attenzione di un cucciolo d'husky.

Oddio, per sapere che si tratta di un cucciolo devi esserne il padrone, oppure un veterinario, o uno che ama molto gli animali, perché dalla stazza lo diresti già bello adulto, e invece Marco vede un cucciolo di husky, lui che non ne è il padrone e nemmeno fa il veterinario, lo vede staccarsi dalla padrona in domenicale pigro passeggio sul vialetto ombroso a ridosso del campo e lanciarsi all'inseguimento della palla, e il primo a raggiungerla ha occhi di ghiaccio e canini affilati che si conficcano nel cuoio con eccessiva facilità.

Ho vinto io, ringhia Ettore con il suo trofeo ben saldo in bocca.

"Ettore!", sibila minacciosa la sua padrona quando raggiunge i duellanti, cristallizzati nella loro posizione di sfida.

"Scusa", dice costernata allo sconosciuto su due zampe.

"Non preoccuparti", sorride Marco. "È solo un cucciolo".

La sua padrona vorrebbe chiedergli come lo sa, che è solo un cucciolo, magari fa il veterinario, oppure ama molto gli animali, sarebbe bello se amasse molto gli animali, ma prima deve convincere Ettore a restituire il pallone, e capisce subito che non sarà un'impresa facile, perché Ettore non ha nessuna intenzione di mollare tanto facilmente la sua preda, ma si capisce, è un cucciolo, vuole solo giocare.

Allora la sua padrona fa per avvicinarsi, ma lui ci prende gusto e scarta di lato, e lei si sente terribilmente in imbarazzo, perché non è mai corsa dietro a nessuno, specie con una svolazzante gonna da pigro passeggio domenicale.

Ma questo ora è il meno: il peggio è che il suo cucciolo le sta disubbidendo davanti ad un estraneo, lei ancora non lo sa che si chiama Marco, sa solo che non ha nessuna voglia di fare la figura di una che non sa farsi rispettare nemmeno dal proprio cucciolo di cane; ma più si infuria e si fa minacciosa, più Ettore si appassiona al gioco, dribblando con facilità i suoi goffi tentativi di fermarlo.

"Ettore", dice Marco.

Lo dice con voce pacata e profonda, e lei pensa che è bello il nome del suo cane sulle labbra dell'estraneo.

Un attimo dopo si ritrova a pensare che qualsiasi nome starebbe bene su quelle labbra.

Poi Marco si inginocchia sul prato e allunga la mano.

Lei pensa che è un bel gesto; potrebbe essere quello di suo padre che la chiamava a sé da bambina, oppure quello di un cavaliere che la invita a ballare, ma non è né l'uno né l'altro, è solo il gesto con cui un estraneo propone una dolce tregua al suo cane, e in quel gesto ci deve essere una promessa più invitante di quella palla che stringe in bocca, perché senza pensarci troppo Ettore ubbidisce a quel richiamo e si avvicina mansueto alla mano tesa, mentre la sua padrona deve combattere tra la sensazione piacevole che le comunica quella docile arresa incondizionata e la rabbia per non essere stata capace di indurla.

Poi Marco allunga anche l'altra mano; con delicatezza afferra la palla e con un piccolo strattone indolore la libera dalla morsa incisiva del cucciolo. La ripone per terra, senza nemmeno controllare se sia bucata, e concede ad Ettore le carezze che quella stessa mano gli aveva promesso.

"Mi dispiace", dice lei.

Quando Marco si alza e per la prima volta la guarda negli occhi non le chiede di cosa si stia scusando.

"È un gran bel cane", le dice.

Strano: lei avrebbe giurato che in quello sguardo ci fossero altri pensieri.

Perciò rimane in attesa.

Ma quello che Marco aggiunge è un altro imprevisto:

"Però non gioca abbastanza".

Lei è talmente sorpresa che non fa in tempo a rispondergli. La precedono delle grida:

"Marco!...Marco!".

I compagni lo chiamano alle sue spalle. Lui non si gira.

"Devo andare", le dice.

Lei fa segno di sì con la testa.

Ora sa come si chiama.

Marco.

Marco non è più un estraneo.

Può sorridergli.

Lui fa tre passi indietro, senza voltarsi, inchiodato a quel sorriso.

Vorrebbe domandarle come si chiama, o se la rivedrà.

Invece sposta lo sguardo sul cucciolo di husky e dice solo:

"Ciao Ettore!".

Poi si volta con la palla in mano e torna dai suoi amici.

La prima cosa che gli chiedono, compagni ed avversari, è:

"È bucato?".

No, non è bucato. Voleva solo giocare, è un gran bel cane.

La seconda cosa che gli chiedono, compagni e avversari, è:

"È gol?".

Lui guarda il palo. Si gira verso la ragazza che si sta allontanando con il suo cane.

E sorride.

"Sì. È gol".

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