Miti 2.0: il mito della Creatività  

Che cosa intendiamo per creatività? Il ricercatore Bertram Niessen ci racconta il significato di questo termine e la sua storia

 

Conoscete qualcuno che può dire serenamente di non essere una persona creativa? Qualcuno che non scatti foto vintage-sovraesposte-artistiche col telefonino? Oggi è facile (almeno apparentemente) girare un breve film, suonare uno strumento o fare musica elettronica, creare o acquistare online abiti estroversi e unici. Sul mercato si cercano project manager creativi, ingegneri creativi, camerieri spigliati e creativi. Poi ci sono i creativi-creativi: quelli che “oh!

Forse non ci siamo capiti? Per questo progetto non c'è budget”, come raccontano i ragazzi di #coglioneNO. Il Mito 2.0 della creatività ha contaminato gli ambiti più diversi.

«Creativity is the new black», dice Bertram Niessen, ricercatore ed artista elettronico che ha firmato il sesto articolo proposto da Societing.org. Ma è sempre stato così? «La creatività, o almeno quello che noi oggi intendiamo con questo termine, non è sempre esistita. Nella Grecia classica l'unico individuo che poteva fregiarsi del titolo di “creatore” era il poeta: solo al poeta, infatti, veniva riconosciuta la capacità di forgiare dal niente qualcosa che prima non esisteva». La natura per sua stessa definizione era perfetta e completa. Nulla si poteva inventare o aggiungere. L'artista dunque «non un genio che forgiava le sue opere dal vuoto, ma un più modesto replicatore». L'idea non cambiò durante il cristianesimo: solo il Creatore poteva compiere la “creatio ex nihilo”, la creazione dal vuoto. «E' solo con il Rinascimento, quando l'essere umano inizia a ad essere messo al centro dell'Universo, che inizia a prendere piede una concezione della creatività più simile a quella che conosciamo oggi» spiega Niessen. «Ed è poi il Romanticismo, nel suo superamento della centralità della logica e dell'intelletto in Kant, a tracciare i confini della creatività: sentimento, ironia, istinto, idealismo, intuizione. Su queste basi si costituiscono alcuni dei primi miti musicali “pop” come quello di Mozart, quello di Beethoven o quello di Bach».

La creatività e il genio diventarono via via oggetto di interesse di psicologi e intellettuali. Ma fu dopo la seconda guerra mondiale che la creatività mutò nuovamente e accrebbe la sua importanza. «Gli Stati Uniti iniziarono a investire somme esorbitanti di denaro nella formazione di nuove generazioni di ricercatori, portando all’elevazione dello scienziato dalla figura di tecnico a quella di eroe culturale. La creatività, improvvisamente, divenne qualcosa di estremamente importante e ben remunerato» continua l'autore. «Il panorama si completa con una delle più grandi invenzioni degli anni '60 e, forse, degli ultimi secoli. Quella dei giovani. I “giovani” non si accontentano più di consumare a distanza la creatività dei musicisti. Non gli basta più, in altri termini, consumare una riproduzione di massa di un'opera (un disco, ma anche una foto o una stampa) per sentirsi partecipi dell'aura unica ed inconfondibile dell'autore. I consumatori vogliono vivere l'esperienza unica e straordinaria della creazione». Conclude Bertram Niessen: «ci ritroviamo sempre di più a riconoscerci nell'immagine in copertina al libro do Hal Niedzviecki “Hello, I'm Special”. Un banalissimo, normalissimo badge per congressi nel quale c'è scritto solo: “Ciao, io sono: Speciale”. Un esito piuttosto fantozziano per una storia iniziata così tanto tempo fa».

L'autore: Bertram Niessen, ricercatore ed artista elettronico

Come docente, autore e progettista mi occupo di uno spettro ampio di argomenti: spazi urbani, economia della cultura, DIY 2.0 e manifattura distribuita, culture della rete e della collaborazione, innovazione dal basso. Al cuore di tutto c’è un forte interesse per l’intersezione tra cultura, tecnologia e società, e la convinzione che ci sia il bisogno di nuove forme di azione sociale e politica. Dal 2012 sono tra gli ideatori e il project manager di cheFare, premio da 100.000 euro per progetti di innovazione culturale promosso da doppiozero.
Come sociologo, dal 2003 insegno in corsi graduate e post-graduate un ampio spettro di materie, dalla metodologia della ricerca alla sociologia della cultura, passando per la sociologia urbana e le nuove tecnologie per la ricerca sociale.
Nel 2009-2010 sono stato ricercatore post-doc all’Università di Milano (UNIMI), lavorando sui progetti della Comunità Europea EDUFASHION e Openwear (economie P2P, crowdsourcing, moda e design). Ho svolto un PhD in Urban European Studies all’Università di Miano-Bicocca (UNIMIB); la mia ricerca nel campo della sociologia urbana investiga le relazioni tra città, economia della creatività e processi d’innovazione sociale, con un focus sulla co-optazione degli artisti nelle economie post-fordiste.
Nel 2001 sono stato membro fondatore del collettivo sperimentale di arte elettronica otolab, con il quale investigo la rappresentazione drammaturgica del suono ed insegno Performance Audiovisiva alla NABA di Milano (e in corsi, seminari e workshop in vari altri luoghi).
Collaboro con doppiozero, il Center for Digital Ethnography, la Foundation for P2P Alternatives, e scrivo perDigicult, IL e varie altre riviste, blog e quotidiani quando capita.

Societing:

Societing è una realtà culturale che raccoglie un gruppo di ricercatori, attivisti, manager e studiosi che si dedicano alla ricerca di nuovi paradigmi economici e sociali per trovare delle soluzioni, basate sulla sostenibilità e sulle possibilità che offrono le nuove tecnologie, alla crisi attuale. Per fare tutto ciò il gruppo di Societing cerca forme interdisciplinari di pratica e di ricerca che comprendano la social enterprise, l’innovazione sociale, l’economia peer-to-peer, la sostenibilità, i social media e la finanza innovativa.

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