Come superare gli ostacoli verso il cambiamento

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Sopravvivere a competitività, invidia e vergogna per andare verso nuove possibilità

«Mi sembra che un po' tutti, io compresa, soffriamo di questo clima poco umano, stressante e non caldo» spiega Olga Chiaia, psicologa e psicoterapeuta: «Eppure ho la sensazione che ci siano dei segnali controcorrente. C'è una forza uguale e contraria che ci sta portando in direzione opposta».

Qual è la ricetta del cambiamento? Perché tutti desideriamo o abbiamo desiderato cambiare, ma l'impresa più difficile è scontrarsi con i nostri blocchi e superare le resistenze che nutriamo nel profondo: questi muri sono fatti della stessa materia che compone le convinzioni con cui avanziamo (e aggrediamo) per il mondo, solo che non ce ne rendiamo conto e continuiamo a vedere i problemi come una forza esterna che ci piomba in testa all'improvviso.

«Tu vali di più. Non di me o di loro. Vali di più di quello che temi di essere, o di quello che ti illudi di essere quando hai successo ma hai perso le tracce di te stesso e dell'umanità. Tutti valiamo di più, ma non degli altri: di quello che i giudizi nostri e altrui ci inducono a pensare» scrive Olga Chiaia nel suo nuovo libro Il bello di riscoprirsi umani. Istruzioni salvavita contro invidia, vergogna e competitività (Feltrinelli Urra).

Disinteresse, disprezzo per la storia nostra e degli altri, paura del diverso e chiusura, competitività si potenziano fra loro e spengono quello che è il valore umano, la stima verso noi stessi e gli altri. «Eppure per interrompere questa spirale discendente e trasformarla in un circolo virtuoso basta cambiare almeno uno dei suoi elementi. Quelli psicologici e culturali sono altrettanto potenti di quelli politici ed economici. Partiamo da noi stessi, dagli aspetti che sentiamo più vicini: ma cominciamo a cambiare. Il bello di essere umani è che nonostante la fragilità, o forse grazie ad essa, abbiamo possibilità evolutive sorprendenti».

«Nel mio studio sempre più pazienti sono ragazzi giovani, fra i 20 e i 30 anni: persone splendide, con il terrore di non avere successo. Spesso sono figli unici che sentono la pressione di aspettative elevate. Il fatto è che mancano forme di riconoscimento delle persone. Quanto peso, quanto guadagno... utilizziamo i numeri per misurare il valore e trascuriamo la persona umana che c'è dietro: allora valgo zero, e si prova dolore. La sensazione di non essere riconosciuti è simile alla morte. Mortificazione. Così facendo si travisa quello che si è veramente, ci si allontana da se stessi e spesso si finisce per esporsi con modalità sbagliate, cercando consensi sui social, fingendo competenze o mendicando riconoscimenti».

ll fatto di sentirsi non riconosciuti porta all'invidia e a una certa aggressività, spiega l'esperta: «in un clima di penuria possiamo persino essere portati a credere che quando qualcuno ce la fa è un'ingiustizia. Noi siamo esclusi perché ci hanno fatto credere che non c'è posto per tutti».

Vedere il successo di qualcuno fa divampare invidia, rabbia, acredine anziché vedere negli altri, e in ciò che fanno, un motivo di ispirazione, per imparare, crescere, evolversi. Qual è antidoto per l'invidia? «Dobbiamo accettare il fatto di provare invidia, perché si tratta di un'emozione involontaria. Quello che possiamo fare è evitare di esprimerla in modo malevolo, cercare di trasformarla. Fare domande alla nostra invidia è molto utile, perché essa parla di noi, dei nostri desideri profondi, di ciò che vorremmo o che... siamo convinti di desiderare».

«Per vedere i blocchi abbiamo bisogno di prendere tempo per rallentare e farci domande: a volte non è sufficiente perché ci sono parti di noi che non riusciamo a vedere. Un po' come guardarsi la schiena: abbiamo bisogno di qualcuno che ci aiuti; possono essere persone che ci amano, amici, terapeuti. Un altro modo è ascoltare il corpo. Siamo abbastanza scissi, invece capire che nel corpo ci sono molti indizi di blocchi emotivi può essere di grande importanza. Per esempio, la tendenza a contrarre molto alcune parti, oppure l'insorgenza di malattie psicosomatiche: fondamentale è interrogare il disturbo e chiedere al corpo "che cosa vorresti che io facessi per stare meglio"? Questo può migliorare la comprensione sulle compensazioni che abbiamo messo in atto».

Da evitare? Il rimuginio. «A volte cercando di risolvere le cose con la mente cadiamo nella tendenza a rimuginare: meglio cambiare metodologia. Quando facciamo altro e ci rilassiamo, la soluzione arriva. Concentriamoci sul respiro e su quella percezione interna che qualcuno chiama meditazione. Andiamo verso le zone dove il corpo dà segnali di disagio e immaginiamo di essere avvolti come da una carezza d'acqua: il sasso aguzzo piano piano si trasforma in un'onda, il disagio diventa più morbido e riconoscibile».

Imparare a dare un nome ai nostri motivi di frustrazione, così come ai nostri desideri, ci aiuta a realizzare il cambiamento. «Come ci raccontiamo la nostra storia?» ci invita a riflettere la psicologa Olga Chiaia: «Troviamo un modo di raccontarla. Impariamo a crescere attraverso il feedback degli altri e scoprire una narrazione che la rende vera e aperta a buoni sviluppi. Come iniziare? Attenzione, mi fermo, chiudo gli occhi e ascolto quello che sento: significa allenare la propriocezione, ciò che sento all'interno del corpo. C'è chi non sente la fame, né il freddo e chi invece è più connesso: la questione è che il cervello non è solo nella testa».


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