Ermanno Olmi: «Se non avessi fatto il regista, avrei fatto il cuoco» 

Il regista Ermanno Olmi ha 77 anni e una salute precaria: non sempre le mani obbediscono ai suoi comandi, una frattura alla gamba lo obbliga talvolta ad appoggiarsi a un bastone. Ma non è mai stato tanto bello.

di Edgarda Ferri  - 28 Agosto 2008

Il 5 settembre, alla Mostra del cinema di Venezia, Adriano Celentano gli consegnerà il Leone d'oro alla carriera. E intanto lui, molto seriamente, afferma: «Se non avessi fatto il regista, avrei fatto il cuoco». Nella sua casa di legno, di libri e di quadri, costruita su tre piani aperti (cucina, soggiorno e salotto circondati da finestre sui prati e sul bosco), Ermanno Olmi pare ancora più grande e più chiaro. Ha 77 anni e una salute precaria: non sempre le mani obbediscono ai suoi comandi, una frattura alla gamba lo obbliga talvolta ad appoggiarsi a un bastone. Ma non è mai stato tanto bello. La testa è ancora quella del ragazzo rosso che 50 anni fa esordì con Il tempo si è fermato, i capelli corti e ribelli, gli occhi colorati e lucidi come castagna fresca, la pelle spruzzata di lentiggini, il sorriso largo e affettuoso. Nel salotto che si è fatto costruire da un falegname di Asiago, «in pratica una panca di legno durissimo imbottita, un tavolo basso che regga montagne di libri», di fianco a due fotografie incorniciate d'argento che lo ritraggono insieme alla moglie Loredana e ai tre figli ancora bambini, parla lentamente: cercando la parola giusta, quasi tirandola fuori di bocca con la punta delle dita, quasi avesse paura di essere frainteso. «Innanzitutto lo faccio per me, voglio che la parola esprima esattamente il mio pensiero. Del resto, faccio lo stesso anche col cinema: se quello che voglio fare non corrisponde con quello che ho fatto, non mi do pace fino a quando non trovo che tutto combacia. Parlare è un gesto importante per l'uomo, non è un caso che soltanto lui sia dotato di parola; e quando mi capita di parlare ai ragazzi raccomando sempre: "Prima di decidere di che cosa volete parlare, scoprite quello che vi sta a cuore dire"».

Ermanno Olmi parla con lo stesso ritmo meditativo e pacato dei suoi film, L'albero degli zoccoli, Il mestiere delle armi e Centochiodi ne sono un esempio. Parla e riflette; e quando ripete che se non avesse fatto il regista avrebbe fatto il cuoco non scherza: «Cucinare è un'arte che comporta disciplina e creatività. Prendi il minestrone. Si comincia in inverno, con patate, aglio, cipolla, sedano e verza. Si prosegue in primavera, con piselli, carotine, erbette fresche. E poi vai avanti con zucchine, zucca, fagioli, pomodoro, basilico, spinaci, porro e prezzemolo; e arrivi a 365 minestroni diversi, tutti uno più buono dell'altro. Sono nato in una famiglia di contadini. Poveri, e tanti. Si cenava alle sette. Mia nonna Elisabetta faceva il pancotto. Lo portava in tavola in una zuppiera enorme di coccio. Era una zuppa fatta con resti di pane, aglio, conserva di pomodoro e cipolla che per noi era il capolavoro dei capolavori. Ecco, in quel momento, la nonna era un'artista. Col minimo di ingredienti, ma con l'entusiasmo e l'amore di fare qualcosa per noi, la nonna aveva celebrato la bontà e la vita. Mentre rigovernavano la cucina, le donne intonavano una canzone. Cantavamo tutti insieme, intonati, a tempo. Poi, il rosario. Durante le litanie, la parte più monotona della preghiera, le teste dei bambini cominciavano a ciondolare. Ci infilavano in sei dentro un letto. Ci rimboccavano le coperte fin sotto il mento. Ci addormentavamo fissando il lumino  sotto l'immagine della Madonna, l'unico punto di luce».

Voleva fare il cuoco. E invece è diventato un maestro del cinema. Riceverà il Leone d'oro alla carriera e ancora una volta sarà costretto a fare i conti col suo appassionato e glorioso lavoro. Che cosa gli resta? «Verrà il giorno del giudizio e qualcuno che ci raffiguriamo con la barba bianca e sta nell'alto dei cieli mi chiederà conto di quello che ho fatto nella vita. Risponderò facendo i nomi dei miei amici. Sono gli amici, il risultato di una vita, il tuo investimento maggiore».

La casa di Ermanno Olmi è al limitare del bosco, di fianco a quella di Mario Rigoni Stern. Le divide uno stradello scosceso. Fino a quando ha vissuto, lo scrittore dava il buongiorno al regista affacciandosi al balcone. Anna e Loredana, le mogli, si scambiano i frutti dell'orto attraverso i loro giardini. Rigoni Stern scriveva seduto davanti al camino. Nella buona stagione, Olmi siede sul prato dove corrono, liberi, alcuni cavalli australiani. Scrive e studia lentamente: «E ogni tanto mi incanto a osservare l'onda provocata dal vento che muove i rami lunghi, flessibili, lievi, sembrano le maniche delle fate. Uno scoiattolo viene a trovarmi al mattino presto e al tramonto. Si ferma immobile, di fronte a me. E se non ci sono, mi aspetta. E io mi dico: è questa la felicità. Dopo aver tanto vissuto e aver fatto tante esperienze, la mia scala dei valori non è più quella di un tempo. Amo sempre di più nutrirmi di cose semplici e concrete: il contatto diretto con la natura, il saluto di uno sconosciuto, la carezza di mia moglie, il sapore genuino di un cibo, la presenza di un amico. Epicuro diceva "Non temere la morte: finché ci sei tu, lei non c'è; quando lei c'è, tu non ci sei più". Ma quando la vecchiaia, o la malattia, non è confortata dalla presenza degli amici, è come essere già morti». Qualcuno potrebbe obiettare che non è facile avere dei veri amici. «Ho fatto il mio lavoro con entusiasmo e felicità. È il segreto del pancotto della nonna. Fai qualcosa per fare gli altri felici, e avrai degli amici».

Recentemente, Ermanno Olmi  ha dichiarato che non farà più film: «Ho sempre lavorato in prima persona, non ho mai delegato né mai ho comandato. Oggi, per ragioni di salute, dovrei fare l'autore da sedia, e non voglio. Farò documentari. Racconti di vita vera, con facce e storie vere. Sto lavorando a Terra Madre con una passione e una commozione che mi fanno tornare indietro a Il tempo si è fermato, il mio primo film, che al Festival di Venezia non fu premiato perché fu classificato come documentario. A Capo Nord ho filmato la banca dove sono conservati in un clima ideale tutti i semi della terra. Racconto la loro storia. Le api stanno sparendo; e se spariranno, chi impollinerà il seme che ci darà il frutto? Racconto la terra. Questa nostra grande, generosa, violentata e mortificata mammella che instancabilmente ci dà il pane e ci nutre». Ancora il pane. Non a caso, spinto a parlare di sé, riunisce in forma di cerchio le mani; e alzandole come per una mistica offerta sussurra: «Oggi io sono come un pane. Sono fatto dei tanti chicchi di grano; e i chicchi sono i miei amici. Ciascuno di loro mi ha dato qualcosa, sono parte di me».

© Riproduzione riservata
Pubblica un commento
 
 
salute/vivere-meglio/ermanno-olmi-c2-abse-non-avessi-fatto-il-regista-avrei-fatto-il-cuoco-c2-bb$$$Ermanno Olmi: «Se non avessi fatto il regista, avrei fatto il cuoco»
Mi Piace
Tweet