In Argentina, a due passi dalle nuvole 

Viaggio nel Nord Ovest, a tremila metri d'altezza. Per visitare paesi dall'architettura coloniale e poi perdersi nella
puna, il deserto color del fuoco abitato solo da cactus e lama

di Anna Scarano  - 20 Aprile 2005

Gli argentini ne sono convinti. A Salta, fra le montagne, si nasconde una parte del tesoro Inca. Quando Pizarro, il conquistatore spagnolo, catturò Atahualpa, propose di barattare la libertà del re con una stanza piena di oggetti d'oro e d'argento. Da tutto l'Impero, e quindi anche dal Nord Ovest dell'Argentina, partirono le carovane cariche di metalli preziosi. Poco dopo, però, giunse la notizia che Atahualpa era stato ucciso e, secondo la leggenda, una parte del tesoro venne nascosto proprio a Salta. La prova? Nei negozi antiquari della città compaiono, anche se raramente, oggetti di quell'epoca. Salta, in realtà, trova oggi la sua fonte di benessere nel turismo.

La plaza 9 de Julio è considerata la più bella del Paese con i suoi portici che delimitano l'intero perimetro. Di fronte c'è la Cattedrale, in stile neoclassico, opera di una decina di architetti italiani. Da Salta, per entrare nel cuore del Nord Ovest argentino, bisogna raggiungere Yujuy, capoluogo dell'omonima provincia.

>>Vette e fiumi di lava

La città di Yujuy è il punto di partenza per arrivare alla Quebrada di Humahuaca, con le sue montagne frastagliate, rosse o verdi, secondo i minerali che le compongono. Un viaggio verso il cielo perché, nell'arco di tre ore, si passa da 1.200 metri a quota 2.940. Lungo la strada, la RN9, il letto del Rio Grande si mostra in tutta la sua nudità in autunno, ma da ottobre a marzo le piogge lo gonfiano e colmano d'acqua.

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Dopo mezz'ora di viaggio, tutto cambia: dominano cespugli bassi, arrotolati su se stessi dal vento. Più lontano dalla strada si vedono zone coltivate con tenacia dai contadini e punteggiate qua e là dai salici. A incorniciare questa distesa di campi e villaggi ci sono le montagne della Quebrada, con pietre che risalgono a milioni di anni fa, quando la terra prendeva forma fra eruzioni e scossoni tellurici. Non a caso c'è un villaggio che si chiama El Vulcan: il torrente che gli scorre vicino, l'Arroyo del medio, sembra inoffensivo, ma quando piove si ingrossa velocemente ed è così tumultuoso che sembra lava.

>>Giardini d'alta quota

A Tilcara (siamo a quota 2.465 m) ci si ferma per due ragioni. Per passeggiare su una collina fra i resti di un tipico pucarà andino, cioè una fortificazione ricostruita da cui si abbraccia la Quebrada.

E per visitare il Giardino Botanico e le sue decine di varietà di cactus. Ce ne sono di altissimi, maestosi, che poi si rivedono lungo il viaggio. Si chiamano cardones, e sono monumenti giganti che ora è proibito tagliare. Perché con il legno di cactus, da queste parti, si fa di tutto, dal tavolo al portapenne. Nel Giardino Botanico si possono osservare da vicino i lama e le vigogne, che si incontrano anche liberi e statuari in mezzo alla piana sterminata. Su tutto domina un cielo senza nuvole e, in lontananza, si intravede la precordigliera delle Ande. Una deviazione sulla destra e si entra a Humahuaca (testa che piange). Da qui inizia la puna, uno degli altopiani più alti del mondo, finora solo assaggiato lungo il tratto percorso.

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>>Il rito della madre terra

Nella lingua locale, puna significa deserto. Se c'è vento, si alza una polvere sottile, una polvere che "si depositava sull'anima e sembrava volerci rimanere per sempre", scrive Maruja Torres nel libro Amor America (Feltrinelli), una guida perfetta per chi va in Sudamerica. Alcune case del paese sono fatte di adobe (mattoni di fango), con il tetto di canne e lana che può durare dai quattro ai sei anni. Qui il sole splende quasi tutto l'anno, ma ai piedi delle montagne, riparati dal vento, ci sono orti e campi. La Quebrada, per effetto della globalizzazione, è più vicina di quanto si pensi. Almeno in cucina. Uno dei prodotti locali, la piccola patata di Humahuaca, è apparsa l'autunno scorso alla manifestazione Terra Madre di Slow Food.

Sul posto si può gustare da Kuntur Wasi (tel. 00541/3887421337), locanda con camere spartane, o meglio un esempio di stile minimalista in terra Inca. Le camere sono immerse nel silenzio, ma non bisogna farsi ingannare. Humahuaca, in pace tutto l'anno, si scatena per il carnevale, uno dei più famosi della zona. Dura 10 giorni e viene inaugurato dall'esposizione del pupazzo che rappresenta il Pujllay, antica divinità indigena. In tutti i paesi dei dintorni si festeggia poi la Pachamama, il rito più celebre della religione andina. Cade in agosto, in onore della dea terra. Per nutrirla, si scavano delle buche e si depositano foglie di coca, patate, mais e acquavite. Sulla strada del ritorno, un'ultima sosta a Purmamarca, che va vista al tramonto.

È a quell'ora che il Cerro de los sietes colores (collina dei sette colori) dà il meglio di sé. Il viaggio appena descritto è lungo solo 130 chilometri, pochi sulla carta, tanti per tornare indietro con un'idea di questa parte d'Argentina. Che poi vuol dire un pezzo d'Italia, perché circa la metà degli argentini discendono da un emigrante italiano. Per questo ci si sente un po' a casa e, nello stesso tempo, sperduti di fronte a un paesaggio così imponente.

Il tour di 15 giorni di Azeta viaggi (tel. 0103724544; www.azeta.com.ar) con voli e B&B in hotel 4 stelle, il treno delle nuvole e le cascate di Iguaçu costa da 2.330 euro.

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