Luis Sepúlveda: "Non sopporto gli imbecilli" 

Ovvero, quelli che non sanno cos'è l'ironia. Parola
del celebre autore cileno. Che, in occasione dell'uscita
di 12 racconti, ha "scoperchiato la pentola" dei suoi
pensieri. Sull'amore, la politica, la letteratura. Con un consiglio: se un libro non vi piace, abbandonatelo

di Giusy Cascio  - 17 Dicembre 2008

Ha una stretta di mano salda e sincera. Del resto, è nella sua filosofia di vita, lo scrive anche nel nuovo libro La lampada di Aladino. E altri racconti per vincere l'oblio (Guanda), a pagina 73: «Le mani sono l'unica parte del corpo che non mente. Calore, sudore, tremito e forza». Così, con un saluto caloroso e forte, si apre il nostro incontro con Luis Sepúlveda, 59 anni, il grande scrittore cileno autore degli indimenticabili Il vecchio che leggeva romanzi d'amore, Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, Diario di un killer sentimentale... Ora Sepúlveda torna a stupirci con una raccolta di 12 storie intense. Brevi o brevissime. Ammantate di ricordi, nostalgia e commozione.

Come mai, a otto anni dall'ultimo romanzo, Le rose di Atacama, è passato ai racconti?

«La scrittura, come il vino e le altre cose belle della vita, ha bisogno di tempo. E mi sono cimentato sui racconti perché sono narrativa pura e dura».

Più difficili da scrivere?

«Una sfida. In un romanzo ci possono essere un capitolo debole e uno più riuscito, ma fila lo stesso. Nel racconto ti giochi tutto in poche righe. Bisogna lavorarlo a lungo nella testa, non puoi lasciare niente al caso. Devi sentirti dentro la storia, come in un abito comodissimo».

Il titolo La lampada di Aladino è un riferimento al genio dell'ispirazione?

«Al genio che non mi abbandona mai. Lo scrittore ha l'ossessione di guardare ai piccoli misteri, perché la realtà nasconde sempre un guizzo speciale. La letteratura serve a questo: a scoperchiare la pentola, per scoprire il magico che c'è nella vita di ciascuno di noi».

Lei ha tantissimi fan italiani. Che rapporto ha con il nostro Paese?

«Mi sento amico dei lettori italiani, ma con cautela. Cerco di non disturbare. Se penso che i miei libri entrano nelle loro case...».

Invece i suoi personaggi sono spesso di passaggio in camere d'albergo. Perché?

«Io stesso sono nato nella stanza di un hotel, i miei genitori erano in fuga per motivi politici. Forse mi è rimasto nel Dna. Oggi, quando arrivo in albergo, corro ad aprire armadi e cassetti per curiosare nei segreti dell'ospite precedente. Mi piacciono i vecchi hotel, come il Bristol di Genova. Lì scelgo sempre la 455, dove soggiornava la giallista americana Patricia Highsmith. Sa, sono un assiduo lettore della signora. Quella camera ha un balconcino delizioso dove zampettava il suo gatto».

Lei vive in Spagna, è naturalizzato francese. Ma si sente ancora cileno al 100 per cento?

«Non sono un tifoso della cilenità, che mi è costata le torture di Pinochet, la prigione, l'esilio. Adesso ci torno ogni due o tre anni, per ritrovarmi con gli amici di un tempo al ristorante. A brindare ai compagni che non ci sono più fisicamente, ma che sono ancora vivi nei nostri ricordi. Ci tengo a sottolineare che io sono nato in Cile per una casualità, mia nonna era livornese. Il mio Paese, quello che ho amato, è morto, insieme alla democrazia, l'11 settembre del 1973 (il giorno del golpe in cui è stato ucciso il presidente Salvador Allende, ndr)».

Non c'è democrazia, oggi, con Michelle Bachelet, una donna presidente?

«Michelle è onesta e coraggiosa, fa il possibile. Però in Cile manca ancora la volontà politica, c'è scarsa rappresentanza popolare. Si va verso lo smantellamento della scuola e della sanità pubblica. Come negli Stati Uniti: se non hai i soldi per istruirti e curarti, peggio per te».

L'elezione di Barack Obama alla Casa Bianca la rende felice o la lascia perplesso?

«Un presidente afroamericano è il coronamento del sogno di Martin Luther King e Malcolm X. Ma quello che mi fa incazzare è che dalle sorti dell'America debbano dipendere quelle del resto del mondo. La smetteranno mai di immischiarsi negli affari degli altri popoli?».

Che cos'altro non sopporta?

«Il cretinismo globale, gli imbecilli».

Cioè chi?

«Quelli che non pensano e, quindi, piacciono al potere. O diventano addirittura potenti, come George W. Bush. E quelli che non sanno cos'è l'ironia. Ironia, non sarcasmo: quel senso dell'umorismo che ci permette di non diventare seri come statue di sale, ma di conservare la natura umana. Una dote che fa innamorare».

Lei è innamorato?

«Ci sono donne la cui compagnia invita al silenzio, perché sanno condividerlo, e non c'è niente di più difficile né di più generoso. Mia moglie Carmen (poetessa cilena, ndr) è così. E ogni giorno mi dà un nuovo motivo per amarla. La nostra famiglia si è fatta grande: sei figli e tre nipoti, di 8, 6 e 4 anni».

Quale stanza di casa sua preferisce?

«La cucina: la più calda e accogliente. Amo il buon cibo. Pensi, ieri sera ho fatto fuori due piattoni di lasagne al ragù. Bolognese doc».

Lavora anche, in cucina?

«No, per scrivere ci vuole disciplina. Io prima prendo appunti sulla mia Moleskine e scatto qualche foto quando vado in giro per strada. Ma poi ho bisogno di assoluto raccoglimento nel mio studio. E lavoro tutti i giorni, con l'obiettivo di tirare fuori almeno tre buone pagine».

Consigli a un giovane scrittore?

«Leggere tanto, meglio se in lingua originale e non nelle orride traduzioni. Un bravo scrittore è un lettore vorace».

Come lei?

«Io sono un lettore anarchico. Leggo di tutto e rivendico la libertà di non farlo per obbligo. E se un libro mi fa schifo, lo abbandono».

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