Il vocabolario della crisi 

Ecco un breve abbiccì per muoversi tra i nuovi paroloni-mantra di questa recessione economica: rating, bond, spread, default...

di Simona Santoni  - 17 Gennaio 2012

Come durante le Olimpiadi invernali di Torino 2006 a un tratto ci siamo riscoperti tutti esperti di curling, parlando tra amici di stone e sweeping, in questi tempi di crisi - volente o nolente - ci troviamo invece a maneggiare o a subire con (quasi) disinvoltura termini da perfetti economisti. Ma perché la disinvoltura sia totale, ecco un breve dizionario della crisi, per destreggiarsi tra questi paroloni fino a poco tempo fa più o meno ignoti.

Agenzie di rating. Fitch, Moody's, Standard & Poor's... In questi giorni ricorrono in continuazione questi nomi che potrebbero sembrare delle marche di moda di tendenza. Sono invece le temibili agenzie di rating, che recentemente tanto si accaniscono contro l'Europa e l'Italia. Si tratta di istituti di ricerca internazionali che danno dei "rating", dei voti, circa la solidità e la solvibilità di una società o un ente che emetta titoli sul mercato. Vedi quindi l'Italia che emette Buoni del tesoro: il 13 gennaio è stata declassata a BBB+ (il massimo voto è AAA, il minimo assolutamente da evitare è D come default). BBB+, ovvero: investistori, state all'erta nel comprare titoli italiani visto che l'Italia ha un'affidabilità media inferiore.

Bond, Bund. Niente a che vedere con James agente 007 e suo cugino tedesco. "Bond" è il termine inglese a volte usato come sinonimo di obbligazione finanziaria, e si può quindi riferire ai titoli di stato emessi da Italia o Francia o altri Paesi per reperire liquidità, dando a chi acquista bond un diritto al rimborso alla scadenza, più un interesse calcolato sulla somma. I "bund" di cui tanto si parla in questo periodo sono gli equivalenti tedeschi, attualmente tra i più sicuri. I titoli italiani quindi ora rendono molto di più dei colleghi tedeschi, ma non è un buon segno: in finanza più si può guadagnare, più si rischia.

Credit crunch. In italiano sarebbe "stretta del credito". Come evoca il suono non è niente di positivo per l'economia: le banche faticano a finanziarsi sul mercato e per questo diventano più selettive riducendo significativamente l'offerta di credito, il prestito di denaro, e le imprese e le famiglie restano di conseguenza senza sostegno per i loro investimenti.

Default. Tembilissimo, in italiano si traduce con "insolvenza". È il fallimento per un Paese (e per la Grecia è sempre più vicino), un vero incubo per i creditori. Si verifica quando un'emittente non è capace di rispettare le regole del finanziamento, di onorare il debito contratto, su cui si tira sopra una linea di penna. Caio aveva un credito verso Tizio? Ora non c'è più, annullato. Molti italiani ricorderanno amaramente il default argentino e i soldi persi in investimenti oltreoceano.

Efsf. La sigla si scioglie in European Financial Stability Facility (Fondo europeo di stabilità finanziaria), che giornalisticamente si preferisce chiamare più semplicemente Fondo salva-stati. Costituito nel 2010 dai ventisette stati membri dell'Unione Europea, in seguito alla crisi economica del 2008-2010, ha il fine di aiutare finanziariamente gli stati membri, preservando la stabilità finanziaria dell'Eurozona in caso di difficoltà economica. Attualmente il Fondo ha già usato 440 miliardi di euro per aiutare Grecia, Portogallo e Irlanda. E l'agenzia di rating Standard & Poor's ha colpito recentemente declassandolo da AAA (assoluta affidabilità) a AA+ (affidabilità molto grande).

Spread. È il mantra indiscusso di questa crisi. Dall'inglese letteralmente si traduce con "larghezza”, “apertura”, quindi "forbice", "divario". E proprio nel senso di "divario" viene utilizzato oggi, per indicare la differenza di affidabilità tra i titoli di stato italiani e quelli tedeschi (anche se il termine si può applicare a diverse coppie di valori paragonabili). Di questi tempi lo spread, il divario, assume valori altissimi, sopra i 400 punti, che fanno fuggire gli investitatori dai titoli italiani.

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