Staino ci racconta le donne 

Le donne dogmaticamente femministe sono sempre state tra le persone che meno sono riuscito a sopportare. Considero una fortuna che siano un'infima minoranza del genere umano. Per il resto, nelle mie storie, i coglioni e gli opportunisti sono quasi sempre gli uomini...

di Sergio Staino  - 16 Ottobre 2008

Le donne? Hanno un'importanza grandissima in tutta la mia vita, le ammiro e le stimo e in genere mi riempiono di grande curiosità. Probabilmente perché per me, come si canta ne La Vedova Allegra, "dentro e fuori mistero esse son". Spero di non riuscire mai a svelare completamente questo mistero e credo che, il fascino che ancora esercita su di me la mia, ormai trentacinquennale, compagna sia legato al fatto che riesce ancora a stupirmi, a spiazzarmi, a capovolgere qualunque cosa che tendo a dare per scontata. Credo che questa attitudine sia una delle componenti più importanti per sfuggire alla routine di un rapporto coniugale e per mantenerlo fresco e inaspettato come il primo giorno. Nei miei fumetti le figure femminili rivestono ruoli sostanzialmente positivi, anche se una stronza c'è: Erna, la compagna iper-femminista di Bibi. Le donne dogmaticamente femministe, così come gli uomini ancorati acriticamente sui miti del comunismo, sono sempre state tra le persone che meno sono riuscito a sopportare e che in certi momenti mi hanno proprio infastidito enormemente. Considero una fortuna che siano un'infima minoranza del genere umano. Per il resto, nelle mie storie, i coglioni e gli opportunisti sono quasi sempre gli uomini e Bobo, nonostante che sia quasi un mio autoritratto, non sfugge a questa regola. Bibi è quasi sempre in forte contraddizione con lui e contrappone alle fughe ideologiche e alle giustificazioni filosofiche del marito una concretezza spiazzante e inattaccabile, frutto forse della sua nascita americana. Ma il personaggio femminile più importante è, senza dubbio, la figlia Ilaria.  È lei che mette in continuazione con le spalle al muro Bobo, distruggendo quei castelli di logica politica in cui lui tende a perdersi. Anche questo, come quasi tutti i meccanismi delle mie strisce, non è un frutto astratto della scrivania, ma è un diretto riflesso della vita vissuta. Ilaria è la figlia che abbiamo avuto nel 1975, noi dediti con passione totalizzante alla lotta di classe e pronti a gestire quella rivoluzione che ci sembrava dietro l'angolo. Eravamo partiti per la tangente e io in particolare vivevo in un mondo sempre più lontano da quello reale dell'Italia. Un mondo fatto di dispute ideologiche, di utopie politiche, che ci portava a sapere tutto sulla degenerazione del socialismo in URRS o sul luminoso pensiero di Mao Tze Tung e a non sapere più nulla di quel che pensava la gente in Italia, di come viveva e quali fossero i problemi più urgenti che avevano davanti. Quella fuga così iper-ideologica che stava portando, proprio in quegli anni, alcuni di noi sulla strada terribile del terrorismo. Credo che l'arrivo di Ilaria, oltre alla presenza della nazionale compagna Bibi, mi abbia aiutato moltissimo a sfuggire da queste trappole micidiali. Tornare a casa dopo una notte di affissioni clandestine e, invece di infilarsi nel letto, mettersi a coccolare la bimba che non voleva dormire; prepararle la pappa, cambiarle i pannolini, fare la fila all'ambulatorio per il pediatra, vedere quanto incidevano sul bilancio familiare tutte le piccole cose necessarie alla vita di questa nuova arrivata, mi ha riportato improvvisamente con i piedi per terra e mi ha fatto capire quanto diverso fosse il mondo da quello che ci immaginavamo nel chiuso delle nostre cellule politiche. Questa scoperta di una normalità della vita quotidiana che mi accomunava alle sorti della stragrande maggioranza della nostra popolazione, è andata avanti negli anni, portandomi nel '79, quando Ilaria aveva quattro anni, a lasciare i marxisti-leninisti e a raccontare il disagio vissuto fino ad allora attraverso delle strisce autoironiche.

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