Perché lo zucchero dà dipendenza

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    Secondo le neuroscienze, il cibo è paragonabile ad una "ricompensa naturale": oltre che per motivi di sopravvivenza, mangiare deve essere un'attività piacevole, in modo tale che il cervello ripeta questo comportamento "naturalmente". Il merito è dei neurotrasmettitori del benessere (in particolare, la dopamina) che vengono attivati dal cervello in seguito ad ogni boccone gustoso.

    Ecco perché se mangiamo un cibo che ci piace, siamo portati a ricercarlo spesso. Peccato che questo meccanismo cerebrale può indurre in una certa dipendenza, e ci sono cibi più "seducenti" di altri. «È il caso dello zucchero e dei cibi dolci che hanno una spiccata caratteristica di fungere da "droghe", smesse le quali ci sentiamo svuotati - spiega il dottor Jordan Gaines Lewis, docente di Neuroscienze presso il Pennsylvania State College of Medicine, un medico che per spiegare questo meccanismo ha provato su se stesso cosa succede al cervello quando si smette di mangiare zucchero.

     

     

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    In origine, quella da zucchero era una dipendenza sana

    Naturalmente non tutti gli alimenti sono ugualmente gratificanti. «La maggior parte di noi preferisce cibi dolci, perché dal punto di vista evolutivo, il cervello ha appreso che costituiscono una fonte sana di carboidrati per l'organismo - dice il dottor Jordan Gaines Lewis - quando i nostri antenati assaggiavano alcuni frutti della natura dal sapore acido o amaro, la loro mente registrava messaggi quali: "non ancora maturo" (acido) "allerta veleno!" (amaro)».

    Nel corso dei millenni, l'alimentazione umana si è evoluta, inglobando molti più cibi amari o acidi che nel frattempo son diventati gradevoli, non solo per motivi imputabili alla naturale evoluzione del gusto, ma anche all'industria alimentare.

    «Oggi è quasi impossibile imbattersi in prodotti alimentari trasformati e preparati, senza zuccheri aggiunti, inseriti per migliorarne il sapore e la conservazione - continua il medico statunitense - questi zuccheri aggiunti sono subdoli e agiscono da "catalizzatori" verso i cibi. A nostra insaputa ci trasformiamo in dipendenti da zucchero, proprio perché inducono in noi uno stato di benessere sano e utile per la sopravvivenza».

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    La dipendenza da zucchero è reale

    Dopo la spiegazione sulle origini dell'attaccamento quasi morboso ai cibi dolci, il dottor Jordan Gaines Lewis prosegue il suo esperimento di smettere di mangiarli di colpo. «I primi giorni senza zucchero mi sono sentito un po' agitato, come se mi stessi disintossicando da una droga. Così in poco tempo mi ritrovai a mangiare un sacco di carboidrati per compensare la mancanza di zucchero.

    La dipendenza si divide in quattro passaggi: l'abbuffata, il desiderio di privarsene, la mancanza e la consapevolezza che quella sostanza possa dare dipendenza. Tutti questi comportamenti sono stati osservati nei test di dipendenza sia dallo zucchero che dalle droghe vere e proprie».

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    Segni di astinenza da zucchero

    «Durante il periodo di astinenza da zucchero, mostravo segni di ansia e depressione - continua il medico statunitense - al pari della droga, lo zucchero in quantità esagerate rilascia nell'organismo il neurotrasmettitore dopamina, responsabile della sensazione di euforia. Se consumato per lunghi periodi, lo zucchero raffinato modifica la produzione dei neurotrasmettitori da parte del cervello.

    In particolare, il consumo eccessivo e continuo di zucchero comporta una maggiore eccitazione e un bisogno incolmabile di mangiare cibi dolci, sempre di più. Più si consuma zucchero, maggiore è la quantità richiesta per mantenere alta l'eccitazione, proprio come le droghe».

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    Superare la dipendenza

    «Dopo la prima settimana di astinenza da zucchero, in cui il desiderio di dolce è stato molto forte, nella seconda è stato più facile controllare la voglia di zucchero - prosegue il medico statunitense - si potrebbe giurare che rinunciare totalmente allo zucchero è fattibile, ma la privazione forzata e totale di qualche settimana può comportare il rischio della ricaduta nella dipendenza. Non appena si assaggia anche una sola caramella, si è portati a tornare alle vecchie abitudini alimentari.

    È bene smettere di mangiare zucchero a poco a poco, quindi, se si tiene al mantenimento della propria linea in vista del futuro».

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    Cosa succede se ci si priva di zucchero per un mese

    Dopo aver letto dell'esperimento del medico statunitense Jordan Gaines Lewis, sei curiosa di vedere cosa succede alla tua mente se smetti di mangiare cibi dolci? Il tempo ideale per non ricadere nella dipendenza da dolci è un mese, in cui lo stesso ricercatore suggerisce di privarsene a poco a poco, ma ammette che ogni persona ha una reazione

    «Dopo 40 giorni, avevo superato il peggio, riuscendo a non avvertire la sofferenza dei segnali di astinenza, che mi lanciava il corpo (ansia, depressione, irritabilità), e ricordo che il primo dolce che ho assaggiato, mi sembrava persin troppo dolce! Ebbene, ho dovuto riprogrammare il mio gusto, non sentendo più la necessità di cibarmi continuamente di zucchero!».

    Prova riuscita, quindi, per il medico americano, e tu cosa aspetti a provarci?

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E cosa succede se smettiamo di mangiare cibi dolci di colpo. Ce lo spiega un medico statunitense

Secondo alcuni statistiche dell'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) l'americano medio consuma 22 cucchiaini di zucchero aggiunto al giorno, pari a un extra di 350 calorie giornaliere. Pochi mesi fa, le statistiche hanno suggerito che l'europeo medio consuma 238 cucchiaini di zucchero ogni settimana.

Queste quantità da sole bastano a renderci dipendenti dallo zucchero, a nostra insaputa. E la salute di certo non ringrazia: ingrassamento, rischio di diabete, infiammazioni varie sono dietro l'angolo. La soluzione più immediata sarebbe quella di smettere di mangiare cibi dolci. Ma ti sei mai chiesta cosa succede se agisci così? L'esperimento, condotto da un medico statunitense su se stesso, dimostra che non sempre la privazione totale di cibi dolci è la risposta giusta. Il motivo? Si rischia di ricadere nella dipendenza. Leggi perché dal racconto del medico.

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