Non è un
paese per
sportive

4 Aprile 2018

Testo di Gianluca Ferraris

Pierre De Coubertin, padre delle Olimpiadi moderne, sosteneva che la partecipazione femminile ai Giochi fosse «inutile e antiestetica». A più di 90 anni da quelle dichiarazioni, le atlete italiane accumulano successi e fatica proprio come i loro colleghi uomini, se non di più.
1621524_web
Ginnaste norvegesi all'Olimpiade di Stoccolma del 1912 (Getty Images)

Eppure il connubio tra sport e donne, nel nostro Paese, resta roba da dilettanti. Almeno così dice la legge: nonostante gli allenamenti quotidiani, le medaglie, la popolarità e gli ingaggi da record di poche fortunate, secondo le nostre istituzioni Federica Pellegrini, Roberta Vinci, Sofia Goggia e migliaia di altre loro colleghe meno famose praticano sport solo per hobby.

La ragione di questo paradosso va trovata in una vecchia norma, la 91 del 1981: pensata per regolare i rapporti di lavoro in ambito sportivo, lasciava alle federazioni la possibilità di scegliere se aprire le porte al professionismo in base alle direttive del Coni, il Comitato olimpico. Quasi 37 anni dopo quelle direttive non sono ancora arrivate, così solo 4 discipline si sono regolamentate: calcio, golf, ciclismo e basket. Peccato che abbiano riservato lo status di professionisti solo ai maschi, condannando le colleghe a un limbo giuridico, ma anche economico e sociale.

GettyImages-822421766_web
Federica Pellegrini (Getty Images)

 

«Qui non si tratta di pari dignità sulla carta» spiega Luisa Rizzitelli, presidente di Assist, il sindacato delle sportive «ma di conquistare pari diritti, evitando che anche lo sport diventi lo specchio dei tanti gap di genere che esistono nella nostra società». C’è un esempio, più calzante degli altri che non a caso è diventato il tema di una campagna lanciata da Assist: la maternità negata. Spiega Rizzitelli: «Se fra un team e una tesserata non c’è formalmente rapporto di lavoro, non sono neppure previsti congedi.Così chi rimane incinta semplicemente smette di giocare».

A partire dalla scherma e dal basket, qualcosa su questo fronte sta fortunatamente cambiando, come raccontiamo in questa rubrica. E anche a livello generale il Coni lavora da qualche mese a una normativa quadro che non penalizzi le madri o le donne che ambiscono a diventarlo, penalizzando la loro carriera sportiva e il loro status economico. La stessa dinamica investe l’indennità di malattia e i contributi pensionistici. Nei campionati più importanti, in realtà, i pagamenti esistono, mascherati da rimborsi spese o assunzioni fittizie da parte di uno sponsor. Ma spesso le ragazze sono costrette a rinunciarvi in caso di gravidanza o infortuni. «Quando giocavo io le “dimissioni in bianco” erano la regola» ammette Rizzitelli, ex pallavolista. «Ma ancora oggi la pratica non è debellata. So di una giocatrice di volley serie A1 a cui lo scorso anno il presidente ha detto: «Ti prendo, ma vedi di non restare incinta».

 

Nei campionati più importanti i pagamenti esistono, mascherati da rimborsi spese o assunzioni fittizie da parte di uno sponsor
1621524_web
Ginnaste norvegesi all'Olimpiade di Stoccolma del 1912 (Getty Images)

Se a ciò si aggiunge che i finanziamenti del Coni sono sbilanciati a favore degli sport più maschili come il calcio, o della componente maschile di discipline dove pure la presenza di tesserate donne è pari o maggiore (come ginnastica, tennis, nuoto e volley), il risultato è un gap evidente nell’accesso alla pratica sportiva. Una ricerca Eupolis conferma che l’abbandono delle attività agonistiche nella fascia di età fra i 19 e i 24 anni riguarda il 12% dei maschi e ben il 19% delle femmine, mentre nella leva anagrafica precedente le ragazze attive sono molte di più.
«Paradossalmente, più si sale di livello più il differenziale cresce» osserva Mara Cinquepalmi, autrice dell’ebook Dispari – Storie di sport e discriminazioni di genere (Informant). «Salvo rarissimi casi, anche le atlete che raggiungono traguardi importanti guadagnano meno della metà dei colleghi uomini, e vengono scelte dagli sponsor solo se sono belle. I media, purtroppo, seguono lo stesso trend».

In questa situazione per molte trovare un impiego è l’unica soluzione. Le più fortunate, come raccontiamo in questa serie di longform, riescono a entrare in un corpo militare, che in cambio di prestigio e visibilità garantisce loro strutture e uno stipendio certo per quando si ritireranno. Chi non fa parte di questa élite, invece, rischia di barcamenarsi per tutta la carriera fra gli allenamenti e un lavoro normale, senza costruirsi un futuro.

Un disegno di legge che punta a riequilibrare la situazione, firmato dall’ex canoista olimpica ed ex capo dipartimento dello Sport a Palazzo Chigi Josefa Idem, è arenato da 3 anni al Senato. «Senza una parificazione, non certo economica, ma almeno contrattuale, fra uomini e donne, professionisti e dilettanti, sarà difficile fare passi avanti» osserva Rizzitelli. Nell’attesa, lo sport femminile naviga a vista, tra squadre che si finanziano con il crowdfunding e gaffe che mettono a nudo stereotipi ancora diffusi. Come quando un dirigente di atletica dopo una corsa femminile annunciò l’arrivo dei «veri atleti» nella successiva prova maschile, o quando un vicepresidente della Federcalcio, davanti a una richiesta fondi del campionato femminile, rispose: «Non darò altri soldi a quelle quattro lesbiche».

 

«Senza una parificazione, non certo economica, ma almeno contrattuale, fra uomini e donne, professionisti e dilettanti, sarà difficile fare passi avanti»
GettyImages-149930321_web
Josepha Idem (Getty Images)

Proprio dal calcio femminile arrivano i segnali più contrastanti: negli ultimi 5 anni ha attirato il 17% di giocatrici in più e in altri Paesi muove pubblici e stipendi simili a quelli degli uomini. «In Italia, invece, quasi tutte le squadre si arrabattano con poche migliaia di euro di budget a stagione» spiega Luca Vargiu, ex direttore sportivo del Cuneo, in serie A femminile. «Senza fondi diventa difficile garantire strutture e tecnici all’altezza, e dunque avvicinare più ragazze alla pratica o impedire che fuggano all’estero». Continua Vargiu: «C’è chi fa centinaia di chilometri per allenarsi e chi per giocarsi uno scudetto deve chiedere le ferie. Basterebbe che la Lega calcio ci devolvesse l’1% dei diritti tv (11 milioni di euro, ndr) per stare in piedi, ma il cambio di passo dovrebbe essere soprattutto mentale. Negli Usa le nazionali di calcio godono della parità salariale, e noi siamo ancora alle fotogallery delle “belle ma anche brave”». Un paradosso, nell’anno in cui gli strapagati azzurri sono fuori dal mondiale russo mentre le loro colleghe si trovano a un passo da una storica qualificazione.

Il gap di genere nello sport non è solo un fatto di campo, ma anche di scrivanie, con tutte le istituzioni saldamente in mani maschili. Anche in questo caso sono i numeri a dirlo in modo esplicito: fra le 45 federazioni italiane non ce n’è una sola che sia presieduta da una donna, e anche nei consigli le quote rosa latitano. Quanto al Coni, ha festeggiato il 4 marzo 2017 l’elezione della sua prima rappresentante territoriale donna: si chiama Paola Mora e guiderà il comitato provinciale di Trento fino al 2020. All’estero la situazione è migliore rispetto al nostro Paese, anche se resta preoccupante: nel Comitato internazionale olimpico le dirigenti donne sono il 17% e all’interno delle varie federazioni mondiali (calcio compreso) superano il 9%.

 

Il gap di genere nello sport non è solo un fatto di campo, ma anche di scrivanie, con tutte le istituzioni saldamente in mani maschili.
GettyImages-944305946_web
Sara Gama (Getty Images)

Su questo fronte, però, qualcosa potrebbe cambiare presto: il numero uno del nostro Comitato olimpico Giovanni Malagò ha stabilito infatti che dal prossimo ciclo elettorale, un terzo dei consiglieri federali dovrà essere donna. Via quindi alle quote rosa. Esempio: quando si rivoterà per la Figc (della quale lo stesso Malagò è stato nominato commissario straordinario all’indomani del disastro qualificazioni) ci vorranno in consiglio sette donne su 21. Ora ce n’è solo una, Sara Gama, calciatrice della Juventus e della Nazionale. Un segnale fondamentale per smuovere un ambiente troppo maschilista. E un via libera importante anche per le ex atlete che sinora si sentivano frenate nella carriera dirigenziale.

 

IN NUMERI

1,8%
la percentuale di donne partecipanti alla prima Olimpiade in cui furono ammesse, quella di Stoccolma del 1912. Erano 52 contro 2.410 atleti maschi, ed erano concentrate solo in 3 sport: nuoto, tennis e tiro con l’arco.

42,4%
la percentuale di donne partecipanti all’ultima edizione dei Giochi, quella di Rio 2016. L’Italia ha superato la media, con 142 donne (47%).

2
le ex atlete italiane in povertà che godono di sussidio, contro 29 uomini. Sono Nidia Pausich, ex nazionale di basket, e Colomba Guiducci, oro mondiale di tiro al piattello nel 1969.

78%
la percentuale di tesserate donne nel volley e nella ginnastica, le due federazioni con la quota rosa più alta. 0,8% la percentuale di tesserate donne nel cricket, la federazione più maschile.

GettyImages-78953101_web
La nazionale femminile inglese di nuoto all'Olimpiade di Stoccolma del 1912 (Getty Images)
© Donna Moderna 2019
CAPITOLO 1 CAPITOLO 2