Elisa, una
mamma in
pedana

5 Aprile 2018
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Una mamma che allatta il suo cucciolo d’uomo. Un quadro perfetto di armonia e pace. Elisa Di Francisca, campionessa di scherma tra le più forti al mondo, oggi si presenta così: disarmata, un impasto di dolcezza e sensualità.

Testo di Barbara Rachetti
Foto di Ugo Zamborlini
Video di Giacomo Traldi

Nel 2017, a 34 anni, è diventata mamma. Il suo piccolo Ettore le ha fatto aprire la parentesi più lunga e impegnativa della sua vita di donna, stravolgendo i ritmi e gli schemi tipici di un’esistenza da campionessa. Per lui, desiderato, sognato, voluto insieme al compagno Ivan, per qualche tempo Elisa ha congelato una carriera costruita in 27 anni di pedana: oro alle olimpiadi di Londra del 2012 nell’individuale e con la squadra, argento a Rio nel 2016 nell’individuale, vincitrice della coppa del mondo nel 2011 e sei volte campionessa del mondo.

Un medagliere infinito che a un certo punto stava diventando troppo pesante. «Nei miei progetti c’è sempre stata la famiglia» mi racconta Elisa, che raggiungo nel centro di preparazione di Monza “Brianza Scherma”, dove si trova di passaggio. «Da tempo volevo un figlio, ma aspettavo la persona e il momento giusti. E mentre tardavano sia l’una che l’altro, continuavo a collezionare gare e medaglie. Poi ho capito che la pedana mi aveva dato tutto ma mi mancava l’amore, il premio più importante. È arrivato, a sorpresa: un incontro inaspettato, un colpo di fulmine. E dopo due anni è nato Ettore, il mio piccolo eroe». Per il suo batuffolo di sorrisi, Elisa ha smesso di allenarsi per diversi mesi. Ha lasciato Jesi, la sua città, culla della scherma più forte del mondo (lì si è affermata la scuola del mitico maestro Triccoli) e si è trasferita a Roma, dove abita il compagno. Due mesi prima della nascita del bambino e tre mesi dopo ha vissuto a Ischia dove, tra mare e sole, ha trovato quella tranquillità ed equilibrio di cui ogni donna ha bisogno nel momento in cui diventa mamma.

«Da tempo volevo un figlio, ma aspettavo la persona e il momento giusti. E mentre tardavano sia l’una che l’altro, continuavo a collezionare gare e medaglie»
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«Credo che i tempi siano maturi per il cambiamento culturale che tutte noi atlete ci aspettiamo e per cui ci battiamo da anni»

Ma la maternità, desiderio di molte donne, non sempre coincide con un periodo di serenità anche economica. Elisa ha potuto allontanarsi dalle competizioni con una tranquillità sicuramente maggiore rispetto ad altre atlete perché la Federazione scherma permette alle sue campionesse di congelare il ranking personale, oltre a riconoscere loro un’indennità del cento per cento per tutto il periodo di lontananza dalle gare. In pratica: ritorni alle competizioni come se non le avessi mai lasciate. Questa federazione è la pioniera di un cambiamento iniziato nel 2005, quando diventò mamma Valentina Vezzali. Da allora, qualche federazione ha preso spunto e imitato la scherma, ma gli esempi restano ancora pochissimi. E comunque, in Italia, le nostre campionesse donne, anche ad altissimi livelli, per legge non sono professioniste. Restano dilettanti, anche se vincono le Olimpiadi. «Credo che i tempi siano maturi per il cambiamento culturale che tutte noi atlete ci aspettiamo e per cui ci battiamo da anni» dice Elisa. «L’oro della medaglia più preziosa sta cambiando colore: è sempre più rosa. Basta vedere le ultime Olimpiadi invernali, dove su10 medaglie, i tre ori erano delle donne. Occorre che ci vengano riconosciuti i nostri diritti, dopo anni di disparità e maschilismo, nello sport e nel lavoro».

La tigre della pedana, che sconfigge anche le avversarie più maschie con la grazia felina della sua tecnica, tira fuori gli artigli e denuncia una cultura di prevaricazione maschile, anche nello sport. «È il momento della rivincita di noi donne: ci vogliono più dirigenti donne nelle federazioni e i successi femminili devono valere come quelli maschili, anche economicamente».

«È il momento della rivincita di noi donne: ci vogliono più dirigenti donne nelle federazioni e i successi femminili devono valere come quelli maschili, anche economicamente».

La sua verve battagliera, ora che è diventata mamma, non si è spenta ma è in continua metamorfosi, com’è normale per chi inizia a vivere in simbiosi con un’altra creatura: «Voglio trasformare il mio essere mamma in un’arma per vincere ancora». Intanto ha aperto Mammatleta, il suo modo per sentirsi vicina a tutte le donne che vivono l’esaltante avventura della maternità. E poi non ha intenzione di deporre il fioretto, tutt’altro. Ha già ripreso ad allenarsi per cercare le qualificazioni in vista delle Olimpiadi di Tokyo 2020. «Voglio che il mio lato materno diventi l’asso per vincere in pedana, come quando a Rio l’avversaria tunisina mi provocava per farmi cedere i nervi. Lì, ho cercato di mettermi nei suoi panni per capire che una ragazza nella sua condizione doveva portare a tutti i costi a casa la medaglia, per sé e per le donne del suo paese. E così, sforzandomi di pensare come lei, ho capito le sue motivazioni e sono riuscita ad andare oltre, spiazzandola. Ecco, voglio tornare in pedana ed essere ancora più forte. Voglio che Ettore mi segua in questa nuova avventura e che un giorno sia orgoglioso di me. Voglio che pensi alle donne con il massimo rispetto, come persone capaci di grandi successi come di estrema dedizione e amore. L’esempio di noi mamme è fondamentale per crescere uomini rispettosi e liberi da pregiudizi».

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Inna Deriglazova e Elisa di Francisca, Olimpiadi di Rio de Janeiro, 2016 (Getty Images)

Di sicuro il rispetto per gli altri è nel Dna dello sport così amato da Elisa. «La scherma è una grande lezione di vita: si poggia su un sistema di regole che nessuno si sogna di sovvertire. L’avversario va sempre salutato e onorato, la decisione del giudice rispettata». Cosa che nel fioretto non è affatto facile. «A determinare il punto non è solo la rapidità di chi colpisce per primo, ma anche regole e convenzioni tecniche che l’arbitro interpreta». Difficile per i profani capire un duello di fioretto, con le luci che si accendono contemporaneamente: quella di chi attacca e quella di chi, attaccato, risponde colpendo. Chi ha ragione? Dipende da dove parte il colpo e dalle regole, un sistema centenario di convenzioni che si è cristallizzato e che spesso esplode proprio durante le gare, dove gli atleti cercano, come nel tennis, di convincere il giudice ad assegnargli il punto. Da lì il “teatrino” che noi spettatori guardiamo col sorriso sulle labbra. «Ho scelto quest’arma perché Jesi è la patria del fioretto». Elisa, insomma, aveva il destino segnato. Perché nascere a Jesi è un po’ come nascere in montagna: impari a sciare per forza. E così, nelle Marche, respiri fin da bambino l’aria della pedana, fatta di assalti e contrattacchi. «Ho iniziato a sette anni e non ho più mollato perché il fioretto evolve con te: richiede iniziativa, inventiva, la capacità di trovare soluzioni non codificate ai problemi di fronte a cui l’avversario ti pone».

La scherma è una grande lezione di vita: si poggia su un sistema di regole che nessuno si sogna di sovvertire. L’avversario va sempre salutato e onorato, la decisione del giudice rispettata»

D’altra parte, con una pedana che misura 14 metri per due, i muscoli restano in secondo piano: uno spazio così ristretto limita parecchio le qualità fisiche. «Ma questo è un vantaggio perché si sviluppano le abilità mentali, motivo per cui nel mio sport essere “senior” è un vantaggio, non come nelle aziende di oggi, dove a 40 anni sei vecchio. Anzi, l’atleta maturo ha una marcia in più: la maturità, quella capacità che si acquisisce da adulti e che consente di gestire il gioco con lucidità». Non per niente, il fioretto è paragonato agli scacchi. Per vincere ci vuole anche sangue freddo, «che è frutto dell’intelligenza riflessiva caratteristica di chi non è più adolescente. Nella vita come in pedana, la fretta fa sprecare l’occasione migliore. È con la maturità che si impara la virtù di aspettare il momento giusto». E noi aspettiamo con pazienza che il tuo momento arrivi di nuovo, cara Elisa. Ci vediamo a Tokyo nel 2020.

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