Irma Testa,
la piccola
Rocky

11 Aprile 2018
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(Salvatore Esposito/Contrasto)

Testo di Gianluca Ferraris

Provolera è uno dei quartieri più brutti di Torre Annunziata: cupo, caotico, violento. Una favela brasiliana senza lamiere, isolati quadrati e squadrati attorno a rettangoli di verde che il comune si ostina a chiamare parchi.

Fra quelle strade, a metà degli anni Duemila, morire è un’opzione come un’altra: una faida di camorra bagna di sangue i marciapiedi, dietro le persiane chiuse delle case popolari le donne preparano senza sosta bottiglie di ragù e borsoni di biancheria pulita per i carcerati, negli androni i bambini giocano con le pistole. Anche le ragazzine, spesso. Anche Irma: «Le bambole non mi sono mai piaciute» ricorda oggi. Nemmeno i banchi di scuola, se è per questo. Per fortuna in città è arrivato da qualche tempo un signore che si chiama Lucio Zurlo e che ha avuto una pazza idea: raccogliere chi marina la scuola e portarlo in palestra, per insegnargli a tirare di boxe. Un po’ sfogatoio, un po’ palestra di vita e di valori.

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Irma Testa con Lucio Zurlo

Via la cartella, dunque, e vai con i guantoni. Diretto, jab e gancio sinistro, il suo colpo migliore da subito. Affinato nel tempo, sorpresa devastante perché arriva dal mancino. Come quello di Rocky Balboa. Provolera, l’abbiamo già detto, non somiglia alla Philadelphia immaginata da Stallone, se non per quella voglia molto working class di uscire dal cerchio che ci hanno disegnato intorno. Con la testa, con i pugni, col cuore, poco importa.

I genitori sono contenti quando Irma comincia a vedere una strada tracciata davanti a sé. «Volevano che facessi sport e stessi lontana dalla strada» racconta lei. «Per loro non è stato semplice tirare su quattro figli. Ho due fratelli più piccoli e una sorella di un anno più grande di me, Lucia, a cui devo tutto». Lucia è la sorella maggiore da copione, quella irraggiungibile, quella che Irma copia e segue in ogni cosa. È lei la prima a darsi al pugilato agonistico: resta sul ring anche 3 o 4 ore al giorno. Ma a un certo punto la sua passione si spegne, e appende i guantoni al chiodo. Irma invece a smettere non ci pensa proprio: «La boxe mi era entrata dentro. Se saltavo un allenamento, mi mancava l’aria: avevo bisogno dell’odore del cuoio, di sentire il sudore sulla pelle e le grida dei ragazzi che facevano a pugni. Questo sport era la mia certezza dopo un’adolescenza complicata. Sapevo che se mi fossi impegnata, avrei ottenuto qualcosa di bello. Avere un obiettivo da conquistare è fondamentale, per chiunque: quando lotti per qualcosa, cresci. È quello che purtroppo manca a molti ragazzi della mia città».

«Questo sport era la mia certezza dopo un’adolescenza complicata. Sapevo che se mi fossi impegnata, avrei ottenuto qualcosa di bello»
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Rio de Janeiro, Agosto 2016 (AFP)
«Nella boxe contano la grinta, il coraggio, la capacità di soffrire e di stringere i denti. Tutte doti che noi ragazze ci portiamo da dentro»

Incontro dopo incontro, finisce per farsi notare fin da giovanissima. A 16 anni nel suo paese è più famosa di Diego Armando Maradona e ha già in tasca 5 medaglie juniores; nella primavera del 2016, appena maggiorenne, stacca un biglietto per le Olimpiadi di Rio de Janeiro e si arruola in polizia: entrare in un corpo militare è l’unica possibilità (non solo a Sud, non solo per le donne, non solo per gli sport di nicchia) per continuare ad allenarsi senza rischiare di saltare i pasti. «A quel punto i miei hanno tirato un sospiro di sollievo, perché almeno una figlia l’avevano sistemata» continua Irma ridendo. L’uniforme, in realtà, vorrebbe continuare a indossarla anche quando avrà terminato la carriera sportiva: «Mi piacerebbe lavorare nei Falchi della Questura di Napoli, la squadra mobile che si occupa di mantenere l’ordine in città. Ce la posso fare perché conosco bene il contesto delicato in cui i poliziotti si muovono».

Il resto è storia recente: ai Giochi Irma si ferma ai quarti di finale, arrendendosi solo alla campionessa mondiale e futuro oro olimpico dei pesi leggeri Estelle Mossely, ma le resta la soddisfazione di essere stata la prima e finora unica pugile donna a portare i colori dell’Italia su un ring olimpico. Arrivano una biografia (Cuore di pugile, Mondadori), qualche spot, un po’ di notorietà che lei non sembra amare ma alla quale gli addetti ai lavori attribuiscono molti avvicinamenti alla boxe da parte di pubblico e praticanti in rosa. «Quando sento dire che questo è uno sport maschile, mi viene da ridere. Semmai è il contrario: nella boxe contano la grinta, il coraggio, la capacità di soffrire e di stringere i denti. Tutte doti che noi ragazze ci portiamo da dentro. Il pugilato non è una discipilina violenta, anzi è molto cerebrale: devi entrare nella testa dell’avversario, prevenire le sue mosse, sorprenderlo. È come in un film di Harry Potter: sul ring ci sono due scintille d’intelligenza, e alla fine del combattimento una delle due si spegne. Come per magia».

«Quando sento dire che questo è uno sport maschile, mi viene da ridere. Semmai è il contrario: nella boxe contano la grinta, il coraggio, la capacità di soffrire e di stringere i denti. Tutte doti che noi ragazze ci portiamo da dentro»
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(Salvatore Esposito/Contrasto)

La prossima magia è attesa a Tokyo 2020, quando Irma spera di tornare a competere per l’oro olimpico lasciandosi alle spalle la delusione di Rio. Con una motivatrice d’eccezione: «Ogni volta che mi abbatto non penso ai pugili che ce l’hanno fatta, ma a Frida Kahlo. Quando era ingessata in ospedale, dopo 32 interventi chirurgici, si è fatta montare uno specchio davanti al letto e ha iniziato a farsi degli autoritratti. Sapeva che se avesse smesso di coltivare la sua passione non sarebbe stata più la stessa».

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