ATLETE

Arianna,
la regina
dei ghiacci

17 aprile 2018
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(Getty Images)

Testo di Flora Casalinuovo

Elsa, l'eroina Disney amata dalle bimbe di tutto il mondo, ha un grande potere: sa controllare il ghiaccio. In Italia c’è un’altra ragazza capace di una magia simile, anche lei bionda, forte e testarda. Si chiama Arianna Fontana ed è la regina dello short track, il pattinaggio di velocità.

Arianna invece di carattere ne ha da vendere. E l’onore ha dimostrato di meritarselo tutto, visto che quella sudcoreana era la sua quarta Olimpiade invernale, e il percorso a cinque cerchi per lei non si è certo dimostrato avaro di soddisfazioni. Nel 2006, a Torino, doveva ancora compiere 16 anni quando conquistò il bronzo nella staffetta 3000 metri assieme a Marta Capurso, Mara Zini, Katia Zini e Cecilia Maffei: è tuttora la medagliata italiana più giovane di sempre. Nel 2010, a Vancouver, è arrivato un altro terzo posto, questa volta nei 500 metri individuali. Passano altri 4 anni e a Sochi, forte dell’incetta di titoli europei e dei buoni piazzamenti iridati Arianna si presenta con ambizioni ancora maggiori e non tradisce le aspettative centrando uno splendido tris: argento nei “suoi” 500 metri, bronzo nei 1500 e bronzo, di nuovo, nella staffetta 3000 metri. Non è finita, anzi. Quest’anno l’oro mondiale (il primo in carriera), il matrimonio con l’ex compagno di nazionale e poi allenatore Anthony Lobello e il ruolo di portabandiera della spedizione azzurra conferiscono ulteriore sicurezza e carica ad Arianna che vince finalmente i 500 metri grazie a una condotta di gara esemplare, trascina la staffetta (con Martina Valcepina, Lucia Peretti e Cecilia Maffei) alla conquista dell’argento sui 3000 metri e chiude in bellezza la sua Olimpiade con il bronzo nei 100 metri dopo una gara al cardiopalma.

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Il giusto epilogo di un percorso iniziato molto presto, quando a soli 4 anni ha infilato i pattini per imitare il fratello, ma non si è innamorata di piroette e volteggi. «Ho scelto la velocità perché mi fa sentire viva, mi sembra di volare, di non avere limiti. E pensare che all’inizio cadevo sempre e il mio primo allenatore aveva detto ai miei che non ero portata». Invece, come abbiamo visto, la sua esplosione è stata precoce. Molto. «A Torino ero una bimba, non avevo idea di quello che accadeva intorno a me. A Vancouver ero cresciuta e a Sochi ho dato tutto, portando a casa un argento e 2 bronzi». Mancava giusto l’oro. «Inutile nascondersi: ci puntavo. A livello fisico, ho lavorato sul potenziamento muscolare e macinato tanti chilometri in pista, senza dimenticare l’alimentazione: mangio poco e spesso, ogni 2 ore, e uso integratori specifici».

Arianna viene richiamata all’ordine dal suo angelo custode, il marito Anthony. “Rapisce” la moglie per pranzo, ma prima c’è tempo per raccontarci che si sono piaciuti subito, quando lei era ancora una ragazzina. Si sono rincorsi in mezzo a campionati e altre storie d’amore. Poi lui ha lasciato gli Stati Uniti e nel 2014 si sono detti sì sul lago di Como. Mi mostrano le fedi, con incise le parole “the luckiest”, i più fortunati, e le foto sullo smartphone. Anche adesso hanno gli stessi occhi innamorati. «Il 2014 è stato un anno speciale per me» confida Arianna. «Dopo Sochi avevo bisogno di una pausa. Pattino da sempre e volevo capire se avevo ancora qualcosa da dire. Mi sono sposata, ho fatto yoga e boxe, ho pensato a quello che avrei fatto se non fossi diventata un’atleta. Mi sarebbe piaciuto studiare storia dell’arte, ma senza ghiaccio non resisto. A ottobre 2015 ho assistito a una gara: rodevo perché non c’ero io in pista. Allora sono tornata. La mia è una passione troppo forte».

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Già, tra Arianna e il ghiaccio c’è un’attrazione magnetica che percepisco quando la guardo rientrare nel palazzetto dello sport di Courmayeur, dove si allena. Va in palestra, suda sugli attrezzi e poi ritorna in pista. Macina metri dopo metri, simula una gara, sorpassa le compagne di squadra. Raggiunge la velocità di 50 chilometri all’ora, si inclina fino a toccare terra. Ma non cade mai, il ghiaccio fa parte di lei, le lame dei pattini sembrano ali, le gambe sprigionano potenza. La sessione pomeridiana sarebbe finita ma lei continua fino a sera, quando nei finestroni del palazzetto entra il buio. «Da piccola avevo due sogni: partecipare alle Olimpiadi e fare la portabandiera. Li ho realizzati, devo trovarne altri: ma non è detto che questi siano stati i miei ultimi Giochi». Anthony la guarda sereno. Vogliono dei figli. In Florida li aspetta la famiglia di lui, magari un futuro da allenatori da pattinaggio. «Negli Stati Uniti è più facile vedere il futuro: da loro il domani è un portone aperto, qui in Italia una porticina. Ma questa resterà sempre casa mia». C’è tempo per pensare al dopo Olimpiadi. Ora pregusta una serata tranquilla, un libro fantasy per rilassarsi o un film horror con le amiche: «Ho bisogno di adrenalina anche nel tempo libero», conclude ridendo.

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