ATLETE

Erica, il
destino in
una freccia

24 aprile 2018

Testo di Martina Russo
Foto di Ugo Zamborlini
Video di Giacomo Traldi

Il suono di una freccia non è, come ci si potrebbe immaginare, il sibilo della stessa in volo. Il suono della freccia è il colpo deciso, assordante, quello della punta che si conficca nel paglione, possibilmente al centro.

È questa la colonna sonora che accompagna Erica Benzini, classe 1997, durante gli allenamenti in palestra: una musica costante che si alterna a poche chiacchiere e alle indicazioni del suo allenatore, anche quelle quasi sussurrate. Lei, campionessa italiana e mondiale Juniores, ora passata di categoria, questa musica la sente suonare da più di quattro anni: da quando, un po’ per sfida, un po’ per sesto senso, ha scelto di imbracciare arco e faretra.

«È iniziato tutto perché mio papà, da sempre appassionato di sport, insisteva perché anche io mi cimentassi con una qualche disciplina. Il fatto che non facessi niente lo disturbava: solo che ero molto pigra, per cui per ripicca tra tutti gli sport volevo scegliere quello che mi facesse faticare di meno rispetto a quanto lui aveva in mente». Mai previsione fu meno azzeccata. Un giorno, a casa, battibecco scherzoso sulla scelta tra il canottaggio («non era il mio genere»), la pallacanestro «Quando gliel’ho proposto si è messo a ridere, visto che arrivo a stento al metro e cinquanta») e altre opzioni sicuramente meno faticose ma comunque improbabili come il biliardo e le freccette, segna i precedenti di una scelta che ha preso una piega inattesa.

Erica-Benzini-HUZ_4539_web
Erica-Benzini-HUZ_4574_web

Sì, forse è iniziato tutto per gioco. O forse non completamente. «Molti sostengono che l’arco sia come uno specchio: tirare ti aiuta a capire quello che hai dentro. Penso sia vero: se hai una giornata storta difficilmente le frecce vanno dove vuoi. Avvicinarsi a questa disciplina non è così semplice, perché è comunque uno sport ancora di nicchia: devi proprio andartelo a cercare». Capita così che da Sori, sulla riviera ligure di Levante, si arrivi a Genova, fino a Castelletto, dove si trova la palestra dell’Associazione Genova Arcieri, quella che fin da subito è diventata la società di Erica. Una palestra incastonata in una curva, che non ci si aspetta di trovare dietro l’angolo, e che, pure, è fondamentale punto di ritrovo per gli arcieri della città, soprattutto quando la stagione non permette di allenarsi sui campi all’aperto, sulle colline del Righi.

«Molti sostengono che l'arco sia come uno specchio: tirare ti aiuta a capire quello che hai dentro. Penso sia vero: se hai una giornata storta difficilmente le frecce vanno dove vuoi»

È qui che è nato il grande amore di Erica per l’arco e, soprattutto, per il compound, con il quale gareggia: «In generale le persone che non conoscono questo sport pensano subito all’arco in legno,è difficile immaginarsi un arco di precisione come il mio, con mirini, carrucole, ruote e quant’altro. Io stessa sono rimasta di stucco quando me lo sono trovata in mano, già al secondo giorno di corso». D’altronde il compound vive un doppio handicap: è sicuramente un arco meno conosciuto rispetto all’olimpico e, soprattutto, ancora non è ammesso alle Olimpiadi, rendendo la competizione momentaneamente inaccessibile agli atleti di questa specialità. Erica non si cruccia e procede per la sua strada. Gli allenamenti sono costanti, quotidiani: «Sono qui tutte le mattine e rimango fino a sera, tutta la settimana. Poi nel finesettimana ci sono le gare, le trasferte: facendo un calcolo veloce abbiamo stimato che l’anno scorso non sono stata a casa per un mese intero». Lo dice con il sorriso e la grinta dei suoi vent’anni, consapevole però dei sacrifici che ha dovuto e dovrà ancora affrontare.

«Il primo anno di superiori riuscivo a gestire tutto: andavo a scuola, uscivo, venivo in palestra a tirare. Poi nel tempo è diventato tutto più impegnativo. Ho dovuto interrompere gli studi e riorganizzarmi. È stata una scelta necessaria, seppur faticosa, presa di comune accordo con la mia famiglia. Avevo 17 anni e rinunciare ai pomeriggi con gli amici o alle serate insieme è stato il primo sacrificio. In seguito, con la convocazione agli Europei e ai Mondiali è stato necessario interrompere anche lo studio. Non è stato facile, ma i risultati sono arrivati subito e questo mi ha fatto capire che ne valeva la pena. Ora sono tornata, sono riuscita a recuperare il tempo perduto e fra poche settimane mi aspetta la maturità». Erica evita di cadere nel banale dicendo che sarà quella la sua gara più difficile ma, insomma, l’ansia c’è e si vede.

Le rinunce, alle quali ogni atleta prima o poi è costretto, hanno comunque portato i frutti attesi, soprattutto a livello internazionale, su tutti il successo ottenuto al Mondiale di tiro di campagna a Dublino, nel 2016, dove Erica (insieme a Sara Noceti e Chiara Rebagliati) ha conquistato la medaglia d’oro nella gara a squadre. «Il giorno prima sono rimasta fuori dall’individuale nei gironi eliminatori, per un punto. Anche questo fa parte del gioco, dopotutto. In squadra invece è stata una grande soddisfazione, perché eravamo un bel gruppo, molto unito, avevamo vinto l’Europeo l’anno prima e sapevamo di essere pronte. C’era un’ottima intesa: insomma, rispetto ad altre squadre avevamo una possibilità in più. E abbiamo saputo sfruttarla, il che non sempre nello sport è automatico».

Erica-Benzini-HUZ_4607_web
Erica-Benzini-HUZ_4610_web

Anche quando Erica abbandona il racconto delle medaglie a squadre per parlare delle vittorie individuali continua ad usare la prima persona plurale. Si capisce subito che il suo è un percorso condiviso insieme a tante persone, a partire dal suo allenatore, dal suo fidanzato («Che capisce») e dai suoi genitori, che tutte le volte che possono la seguono in trasferta. E lei, allora, vive tutto come uno sforzo collettivo, sempre, anche quando le tocca ricordare il momento più brutto di questi 4 anni abbondanti di agonismo: «È  stato il primissimo Italiano Indoor a cui ho partecipato. Non sono arrivata a medaglia, ma non è questo che mi ha dato fastidio quanto il fatto che con la società e con Francesco Gogioso, il mio allenatore, avevamo lavorato tantissimo. Tutti si aspettavano qualcosa che non è arrivato e questa è stata la mia più grande delusione». Ma, come è lei stessa a dirmi un attimo dopo, «anche questo è servito. Nello sport, spesso, impari più dalle sconfitte che dalle vittorie».

D’altronde, Erica non sembra una che si perde d’animo, anzi: se, al momento di tirare cerca di non pensare a niente, subito prima di una gara la sua attenzione si posa su ogni scenario possibile. In gara, ma non solo. La scelta di intraprendere un percorso professionistico, nel tiro con l’arco come in tutti gli sport, è una strada che definire in salita è un eufemismo. Dal punto di vista dell’organizzazione quotidiana – molti gli amici persi lungo la via, ma anche tanti i rapporti consolidati fuori e dentro il campo – come da quello delle prospettive future: “Il mio sogno sarebbe quello di continuare a livello professionistico. Di poter dire: “il mio lavoro è il tiro con l’arco”. Ma so benissimo che non sarà facile».

«Il mio sogno sarebbe quello di continuare a livello professionistico. Di poter dire: “il mio lavoro è il tiro con l'arco”. Ma so benissimo che non sarà facile»
Erica-Benzini-HUZ_4624_web

Per le ragazze dotate come lei ma impegnate in una disciplina dove soldi e sponsor sono al lumicino, l’unica via possibile è quella, consueta, dell’ingresso nelle forze armate. Erica ci sta pensando, anche se per quest’anno l’esame di maturità e la preparazione per i Mondiali di Cortina assorbono tutta la sua concentrazione: «Proprio perché quest’anno ho l’esame e c’è stato il passaggio alla categoria Senior abbiamo deciso di prendere tutto in maniera più leggera; l’anno scorso è stato molto difficile, ero sempre fuori casa. Adesso entrare in competizione con atlete affermate è uno stimolo bellissimo, perché hol’opportunità di gareggiare contro chi ha molta più esperienza sulle spalle, ma è allo stesso tempo un cambiamento da prendere con le pinze». Un cambiamento che implica naturalmente il confronto e con obiettivi vissuti secondo un’altra scala di valori. Erica però è molto serena: l’ambiente del tiro con l’arco, mi spiega, è per sua natura accogliente e tranquillo («ma il tifo da stadio è ben accetto, naturalmente dopo aver scoccato la freccia!»). Almeno questo è quanto ha potuto provare in quattro anni tra gli Juniores «dove lo spirito di competizione c’è, ma nessuno se la prende sul personale se arriva dietro ad un altro. Forse tra le Senior non è così, non so: penso che lo scoprirò tra poche settimane».

Prende l’arco e si prepara; anche di fronte a questa prospettiva non mi sembra affatto preoccupata.

Erica-Benzini-HUZ_4603_web
© Donna Moderna 2019
CAPITOLO 7 CAPITOLO 9