ATLETE

Orgogliose di
essere rugbiste.
A Scampia

4 maggio 2018
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Testo di Elisa Murgese
Foto di Chiara Asoli

C'è sempre una palla che rotola in un quartiere difficile, che sia una favela di Rio de Janeiro o una baraccopoli di Città del Capo. A Scampia, una delle piazze di spaccio più grandi d’Europa, quella palla è ovale e i sogni di riscatto dei giovani seguono i suoi rimbalzi storti sull’asfalto.

Lo chiamavano ’o rugbill, i ragazzi del quartiere, quando 5 anni fa ha fatto la sua comparsa in quest’angolo di mondo dove, se un dio esiste, si chiama Diego Maradona e non sa cosa sia una meta. «Il rugby per me è un’emozione forte, in campo mi sento libera. Qui siamo tutti uguali». Isabella Caramiello ha 12 anni, ma sa già cosa vuole dire essere discriminata 2 volte: perché è una giovane donna alle prese con uno sport spesso considerato maschile e perché proviene dal quartiere che in molti conoscono solo come location della serie tv Gomorra. «Non li pensare» le risponde Alessia Buono, 10 anni. «Anche a me i compagni di classe dicono che non sono giusta perché gioco a rugby, ma se ci mettiamo a dare peso agli altri non facciamo più niente».

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«Anche a 13 anni possono venire “puntate” dai figli della camorra perché sveglie e carine. Tenerle sul campo significa dar loro una seconda famiglia che le protegga».
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Sono determinate. Non potrebbero essere diversamente le giovani promesse della prima squadra di rugby femminile di Scampia. L’idea è di Salvio Esposito, psicologo dello sport che dal 2013 porta avanti il team maschile e nel 2016 ha introdotto la under 14 e la under 16 femminile coinvolgendo una quarantina di ragazze. «Lottiamo contro il sessismo e le aiutiamo a uscire dall’isolamento del quartiere» spiega. «Per i maschi, anche qui in periferia, le proposte sportive non mancano e per i loro genitori è normale fare sacrifici per pagare la retta della scuola calcio e tenerli lontani dalla strada. Noi vogliamo che lo sport diventi un diritto anche per le bambine». I numeri gli danno ragione. I dati ufficiali parlano di un trend in continuo aumento, soprattutto fra le giovanissime: 5.427 tesserate sotto i 16 anni. Quelle che giocano sull’asfalto di Scampia non lottano soltanto contro gli avversari: prendono a spallate degrado e pregiudizi. «Il simbolo della nostra squadra è il pavone» continua lo psicologo. «Si pensa che Scampia sia il posto più brutto al mondo, invece è pieno di bellezza: la si vede nella natura oltre i palazzoni, la si vede negli occhi delle nostre campionesse».

In campo trovano una seconda famiglia. Nuje chi simm? Scampia! Il grido esce dallo spogliatoio prima di scendere in campo. Le atlete si abbracciano, per vincere la paura di uno sport di contatto. «C’è un forte senso di identità. L’idolo di queste ragazze è il giocatore di rugby di turno. Se passassero il tempo in strada, il loro idolo potrebbe diventare il camorrista della zona» continua ’o capologo, come viene chiamato Esposito dalle sue giovani atlete. «Il rugby ti insegna a rispettare le regole, te stesso e l’avversario» racconta Gaetano Russiello, ex giocatore di rugby e allenatore della squadra. Gaetano è un agente di commercio di 31 anni nato e cresciuto a pochi passi da Scampia. Per seguire “le sue ragazze” ha rinunciato a un ottimo posto di lavoro al Nord. Sulla nuca, un tatuaggio col simbolo dello Scampia Rugby. «Non posso abbandonarle. Spesso, attorno all’una di notte, faccio il giro del quartiere e porto a casa chi è ancora per strada. Ogni 3 mesi, invece, controllo i loro voti a scuola. Se non studiano, non scendono in campo». Dice che sono le migliori della Campania, le rugbiste di Scampia, e vuole portarne almeno la metà in Nazionale. «Anche a 13 anni possono venire “puntate” dai figli della camorra perché sveglie e carine. Tenerle sul campo significa dar loro una seconda famiglia che le protegga».

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Non si paga nulla al campo di Scampia: né allenamenti, né visite mediche, né divise. Sono gli allenatori ad allungare qualche banconota quando servono scarpini nuovi o benzina per la trasferta.
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Il loro motto è: forti abbastanza da realizzare l’impossibile. «Da quando fa rugby mia figlia è più determinata, matura ed educata. Ora sa cosa sono le regole» racconta Luisa Cimminiello. La sua Isabella per il Pavone ha lasciato danza. «Sogno la Nazionale però non so se riuscirò mai ad andare via da Scampia. Ma il nostro motto è “Forti abbastanza da realizzare l’impossibile”» racconta la rugbista, oggi 12enne. Non si paga nulla al campo di Scampia: né allenamenti, né visite mediche, né divise. Sono gli allenatori ad allungare qualche banconota quando servono scarpini nuovi o benzina per la trasferta. L’amministrazione locale non sembra intenzionata a supportare il progetto. A pochi passi dal quadrilatero di cemento dove si allena il Pavone c’è un campetto municipale di erba sintetica, soffice e illuminato da fari. «Costa 65 euro l’ora» racconta lo psicologo dello sport. «Non chiedendo soldi alle ragazze, non possiamo permettercelo. Se solo il Comune ci concedesse di allenarci lì gratis…».

Eppure, nemmeno l’assenza di un campo regolamentare ha portato le atlete a rallentare la loro corsa. «Giochiamo sempre ospiti dalle altre squadre» continua Salvio Esposito. «Capita che in trasferta ci dicano: “Sono ragazzine educate, anche se di Scampia”. Io rispondo che non è tutto Gomorra» racconta Rachele Capuozzo, mentre la sua bambina di 10 anni corre in campo. Per queste figlie di un quartiere difficile la palla ovale è un miracolo sportivo che può regalare l’opportunità di cambiare vita. «Facciamo trasferte in tutta Italia: per loro vuol dire uscire da Scampia e provare a immaginarsi un altro futuro». Insomma, fare meta non solo sul campo ma anche nella vita. Poi ’o capologo si interrompe, chiamato dalle sue ragazze sul campo. «Se ti dessi 1.000 euro smetteresti di giocare a rugby?» chiede alla più piccola. Lei risponde: «Coach, i soldi finiscono. Il rugby è per sempre».

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