Francesca e
quella corsa iniziata
da bambina

9 maggio 2018
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Testo di Gianluca Ferraris
Foto di Ugo Zamborlini
Video di Giacomo Traldi

Ben Johnson una volta disse: «Quando mi accuccio ai blocchi di partenza sono sempre furioso. Non importa con chi o cosa. Se ci pensi bene hai sempre qualche motivo per esserlo». Per Francesca Bertoni invece la corsa è soprattutto, se non esclusivamente, gioia.

Sarà perché ha scelto le medie distanze, dove l’andatura è lenta e la rabbia rischia solo di consumare troppo presto l’acido lattico. Oppure perché la prima volta che ha gareggiato aveva solo nove anni e quel che fissi con gli occhi da bambino ti rimane dentro per sempre in quel modo lì, senza ombre né compromessi.

«Ero in quarta elementare» ricorda. «Papà portò me e mia sorella a una corsa campestre che si tiene nel nostro paese ogni anno, l’ultima domenica di agosto: si chiama Quattro Torri e quasi tutti i bimbi della mia generazione sono passati da lì». Pochi di loro però si sono portati a casa una coppa alla prima corsa, come è successo a lei. «Eppure non è stata la prestazione a convincermi, non avrebbe avuto senso: stavo bene e si era creato un bel gruppo, tutto qua».

Difficile darle torto se si fissa l’unica istantanea di quella gara reperibile in rete: Francesca indossa una tuta qualsiasi, ha i capelli fermati da alcune buffe forcine e sorride come tutte le ragazze che la circondano, vincenti o perdenti che siano. Intorno gli sponsor: falegnamerie, ditte idrauliche, un salumificio. In quello scatto c’è un intero trattato su una certa provincia rustica, sana, appassionata, disinteressata. E buona a sfornare talenti in serie.

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(Gruppo Sportivo La Fratellanza Pavullo)

Stavolta siamo a Pavullo Frignano, bassa modenese, già famosa per aver dato i natali al calciatore Luca Toni. Quando l’attaccante azzurro solleva la coppa del mondo a Berlino, Francesca ha 12 anni, corre da 3 ed è già stata notata da un altro figlio illustre della cittadina emiliana: si chiama Mauro Bazzani, ex mezzofondista, insegnante di educazione fidica e allenatore dell’Atletica Frignano, team dal quale sono passate molte giovani promesse dell’atletica italiana. «È stato lui a convincermi a provare gli ostacoli» ricorda Francesca. «Saltare mi è sempre piaciuto, sarà perché mamma e papà hanno praticato rispettivamente volley e basket, ma mi ci sentivo portata».

Quel giorno per Francesca Bertoni inizia un’altra storia. Combina le capacità sulla lunga distanza con l’attitudine al salto e diventa quasi imbattibile: comincia con due bronzi, sulla distanza dei 2000 metri, ai campionati italiani allievi. Nel giro di pochissimi anni, a quella coppa conquistata da bambina se ne aggiungono parecchie altre, tanto che per non sbagliare tocca affidarsi al bollettino ufficiale della Federazione italiana di atletica leggera.

2008: titolo nazionale studentesco a squadre di cross. 2010: bronzo per team ai mondiali studenteschi di Liptovsky Mikulas (Slovacchia) e nella stessa stagione anche il tricolore allieve per club con il Mollificio Modenese, un’impresa ripetuta nel 2012 tra le juniores. Nel 2015, risolti alcuni problemi di asma, il salto di qualità con il titolo italiano promesse di cross e il debutto in maglia azzurra al DecaNation, poi il bronzo under 23 a squadre agli Europei di cross, mentre nel 2016 è diventata campionessa tricolore assoluta dei 3000 siepi.

Sempre alla ricerca della perfezione, in una disciplina che potrebbe sembrare tecnicamente meno difficile rispetto ad altre branche dell’atletica ma non lo è per nulla: «Anzi. Questa è una corsa che richiede una componente fisica molto importante perché non c’è mai un ritmo regolare e il dispendio fisico è più elevato. Prima dell’ostacolo devi accelerare, allo stesso tempo anche la ricaduta va effettuata bene, per non farsi male». E poi ci sono le avversarie: «Sì, ci si tiene d’occhio a vicenda. Può capitare di correre contro atlete che magari hanno un modo di saltare un po’ invasivo, nel senso che per esempio aprono le braccia per darsi equilibrio».

«Ci sono tante analogie con il mondo reale. L’impegno, il sacrificio necessario a raggiungere i traguardi che ti sei data. La competizione, che quando è sana ti fa crescere e cementa pure le amicizie.
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(Getty Images)

Sbracciando, Francesca è arrivata sin qui. E senza nemmeno trascurare lo studio: «Stare sui libri e correre è impegnativo, se vuoi andare in pari con tutti e due. Comporta rinunce a serate con gli amici e a pomeriggi di svago. Devo sempre ritagliarmi il tempo per studiare, allenarmi e recuperare dall’allenamento. Le rinunce però hanno un senso perché c’è un obiettivo davanti. Prima, scuola e campo d’allenamento erano vicini: «Mi ha facilitato la vita. Ora frequento l’università, sono iscritta al secondo anno di Scienze motorie a Modena, e il pendolarismo ha reso tutto un po’ più complicato. Ma gestire i tempi e caricarmi di nuove responsabilità fa bene anche al mio percorso come atleta».

Ha solo 24 anni ma risponde da campionessa matura anche quando le chiedi che idea si sia fatta del pianeta sport sino a ora: «Ci sono tante analogie con il mondo reale. L’impegno, il sacrificio necessario a raggiungere i traguardi che ti sei data. La competizione, che quando è sana ti fa crescere e cementa pure le amicizie. E naturalmente anche la truffa e l’inganno, che nello sport si chiamano doping. Una piaga da debellare, una scorciatoia alla quale non ricorrerei mai soltanto per fare risultato. Per fortuna chi fa sport è molto meno vulnerabile di quanto la gente non creda: noi condividiamo passioni pure, e diamo tutto».

E l’atletica italiana come sta? «Ha passato un momentaccio. Ma ci sono parecchi giovani da cui ripartire, e i risultati che stiamo inanellando a livello giovanile lo dimostrano». Le si illuminano gli occhi quando osserva le sue amiche e colleghe Ayo, Elisa e Oki, speranze della nostra corsa a ostacoli, che si allenano a pochi metri da lei. O quando parla di Luciano Ghigliotti, l’altro allenatore che la segue da qualche anno e che, per inciso, è stato il mentore di alcune delle nostre medaglie olimpiche più illustri: Gelindo Bordin e Stefano Baldini.

Anche per Francesca il prossimo traguardo da tagliare è un’Olimpiade: quella del 2020, quando si troverà auspicabilmente al top della forma e della carriera. «Non ho una ricetta particolare per arrivarci, se non di continuare ad amare quello che faccio e di divertirmi. Ho chiari in mente i miei obiettivi e sono una persona che quando vuole fare una cosa cerca di farla al meglio. Ammetto che questa di correre sia venuta particolarmente bene» conclude sorridendo. «Però ogni gara è a sé, devi sempre prima correrla, non sai mai come andrà davvero».

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