Lisa, uno sparo
tra un respiro
e l’altro

16 Maggio 2018
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(Getty Images)

Testo di Marina D’Incerti

Ventitré anni di talento e grazia. Lisa Vittozzi è la più giovane tra le atlete della nazionale italiana di biathlon. Alta, gambe e capelli lunghi. Di essere bella lo sa perché quando glielo fai notare ride e alza gli occhi al cielo, ma solo un po’.

Schiva, consapevole, profilo nobile, sopracciglia perfettamente truccate, unghie azzurro-teamitalia. La guardi da capo a piedi e proprio laggiù, su quel paio di sneakers oltre il 40, realizzi che il biathlon non dovrebbe essere la Cenerentola degli sport invernali.

Questa particolare specialità che unisce lo sci di fondo e la carabina nei Paesi nordeuropei, soprattutto in Germania, è amatissima. In Italia richiama attenzione quasi solo durante le Olimpiadi perché porta medaglie, puntualmente arrivate alle Olimpiadi Invernali di PyeongChang 2018.

Lisa Vittozzi era nella staffetta mista che ha vinto il bronzo, con Dorothea Wierer, Lukas Hofer e Dominik Windisch. Nella frazione iniziale, veloce e senza errori, ha lanciato l’Italia verso il podio. Anche se per la prima volta ai Giochi, la campionessa sa di stare a pieno diritto nel team dei veterani. «Al top si arriva intorno ai 28, 30 anni» spiega. «Io ho dimostrato che posso raggiungere alti livelli anche se ne ho 23». Si potrebbe cogliere una punta di agonistica cattiveria mentre sottolinea il suo vantaggio anagrafico. Ma l’autostima e l’ambizione di sicuro non le mancano. E se i suoi occhi, per carattere e disciplina, difficilmente tradiscono emozioni, quando si parla di vincere, scintillano.

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Lisa Vittozzi con Dorothea Wierer, Lukas Hofer e Dominik Windisch, vincitori della medaglia di bronzo alle Olimpiadi invernali di Pyeongchang del 2018 (Getty Images)

«Vincere non significa stare davanti agli altri ma avere la conferma che quello che fai ha senso. Che hai avuto ragione tu. Sono una che non riesce a perdere» dice. «È così che sono entrata nel professionismo: vedevo i risultati. Ho cominciato tardi, in seconda media. Ma quando ho scoperto la carabina, me ne sono innamorata. Già dalla prima volta ha capito che sarei riuscita bene. Alle superiori ho iniziato a impegnarmi duramente. Alla mattina frequentavo ragioneria a Santo Stefano di Cadore, tornavo a casa, mangiavo, mi cambiavo, andavo ad allenarmi, tutti i giorni. Mi divertivo e mia madre mi ha lasciato fare, senza pressioni: è stata la mia fortuna. Molte famiglie stanno addosso agli atleti. Ma non sempre trasmettono energia positiva. Quando sono cominciati i sacrifici, per esempio non uscire la sera, non è stata una grande rinuncia. L’ho fatto volentieri perché la passione per lo sport era tanta».

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(Ansa)
«Mi divertivo e mia madre mi ha lasciato fare, senza pressioni: è stata la mia fortuna. Molte famiglie stanno addosso agli atleti. Ma non sempre trasmettono energia positiva»

Il biathlon è fatica allo stato puro. Ma per fugare il dubbio che questa ragazza si stia perdendo qualcosa della vita, diciamo subito che ha un fidanzato storico, Marco, che con il biathlon non c’entra niente e che la porta in vacanza al caldo, al mare, sull’Adriatico, in Messico, in Brasile, in quell’unico mese di aprile in cui le è permesso staccare da sci e carabina. Ha anche passatempi in linea con quelli dei coetanei. Per esempio, “sbrana” le serie tv, da Grey’s Anatomy a Narcos, a Stranger Things. Si dedica al suo profilo Instagram, molto seguito. Non si proietta troppo in avanti nel futuro, almeno non oltre il traguardo di una, magari due Olimpiadi. Figli? Un lavoro dopo lo sport? Non è il momento di pensarci.

«A 18 anni sono entrata nella forestale, poi sono passata ai carabinieri, stare in un corpo militare mi ha dato una gran mano per sostenere le spese delle trasferte. Dopo la maturità, gli allenamenti si sono presi la giornata intera» continua la sciatrice. «Da marzo a maggio, con punte di 25-27 ore settimanali. Per un’ora di allenamento sugli sci, ne devi aggiungere due o tre al poligono, sempre all’aperto. Con la nazionale la routine è 10 giorni di raduno con la squadra, 10 a prepararsi per conto proprio. Più le gare in cui stai via circa 3 settimane di fila. Questo sport ti occupa la vita. Cerco di mantenere i rapporti ma non è facile. Quando torno, gli amici, anche se sono fan, non mi risparmiano le frecciate: “Oh, eccola, è tornata a casa…”».

Casa per Lisa Vittozzi è Sappada, un angolo di Friuli Venezia Giulia al confine con il Veneto e l’Alto Adige, appena dietro le Tre Cime di Lavaredo, non lontano da Cortina. Mentre lo descrive puoi vederlo con i suoi occhi: «Davanti alla mia finestra c’è un paesaggio vasto, aperto, di montagne e boschi. Quando mi alzo al mattino e c’è una bella giornata non vedo l’ora di andare a sciare, anche se non devo allenarmi. Non mi ci vedo a vivere in città, andrei fuori di testa».

Sappada non è un posto qualunque in Italia per lo sci di fondo. «Da noi i campioni Silvio Fauner e Pietro Piller Cotter sono dei miti. Molti bambini iniziano a praticarlo per imitarli. E poi è uno sport meno impegnativo per le famiglie. Lo sci di discesa non è per tutti, ha un costo diverso» racconta Lisa.

«Davanti alla mia finestra c’è un paesaggio vasto, aperto, di montagne e boschi. Quando mi alzo al mattino e c’è una bella giornata non vedo l’ora di andare a sciare, anche se non devo allenarmi. Non mi ci vedo a vivere in città, andrei fuori di testa»

«Io vivo con mia madre. Siamo 4 fratelli molto uniti, una più grande che è fuori casa, un maschio e una femmina piccoli. I miei sono separati da quando ero bambina. Mio padre lo vedo. Altri figli? No. Ha una fidanzata. Difficoltà ce ne sono state ma non per questo non potevo permettermi lo sci di discesa. Anzi, mia mamma mi ha incoraggiata. Quando in una libera mi sono rotta una gamba, ho lasciato. L’incidente mi ha traumatizzata. Ma visto che ero un maschiaccio, uno sport dovevo praticarlo comunque. Mi piaceva il calcio, tifo ancora per la Juventus. Però in zona non c’erano strutture adeguate. Alla fine ho scelto il fondo perché lo facevano i miei amici».

In un paese dove tutti sono iscritti allo sci club, le glorie olimpiche ti stringono la mano quando vinci una gara e le medaglie, anche quelle dei ragazzini, si festeggiano in piazza, dedicarsi al biathlon anima e corpo può diventare una scelta rassicurante.

Sicurezza e tranquillità a Lisa sono congeniali. Non è un caso se è al poligono che dà il meglio. Quando le chiedi di spiegare come si svolge la successione di sciate e spari del biathlon, quasi fatica nel trovare le parole per descrivere movimenti interiorizzati in anni di pratica e ripetizioni, il suo mantra.

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(Ansa)
«Il poligono è anche il luogo dove le differenze di genere non esistono: 50 metri di distanza, 5 bersagli e uguale regolamento. Nella staffetta mista a volte le donne vengono lasciate nell’ultima frazione proprio per sfruttarne l’abilità con la carabina: una particolarità eccezionale nello sport in generale, dove la superiorità fisica dell’uomo non è mai in discussione»

«Arrivi nella piazzola, ti metti in posizione, e respiri. Devi calmare l’affanno, abbassare le pulsazioni e sparare i 5 colpi. Tra un colpo e l’altro controlli il respiro e la pressione del grilletto» dice. «Al poligono sei pieno di emozioni e devi gestirle. C’è il pubblico che ti guarda, tanti rumori, magari ti stai giocando la medaglia e lo speaker della gara urla il tuo nome proprio mentre stai mirando. Ce la fai solo se sai isolarti. C’è chi deve lavorarci, io ce l’ho dentro. Casomai, il mio problema è l’eccesso di sicurezza. È lì che arrivano errori che non mi aspetto».

L’allenamento a cui si sottopongono questi atleti è molto sofisticato. Il controllo del proprio corpo è estremo e lo sparo perfetto dovrebbe stare tra un respiro e l’altro.

Il poligono è anche il luogo dove le differenze di genere non esistono: 50 metri di distanza, 5 bersagli e uguale regolamento. Nella staffetta mista a volte le donne vengono lasciate nell’ultima frazione proprio per sfruttarne l’abilità con la carabina: una particolarità eccezionale nello sport in generale, dove la superiorità fisica dell’uomo non è mai in discussione. «Allo sparo maschi e femmine sono allo stesso livello e una donna può essere anche più forte di un uomo. Noi ragazze non ci sentiamo inferiori e loro non si sentono superiori» spiega Lisa come se fosse ovvio. Corruga leggermente la fronte, cerca qualcosa da aggiungere. Sorride. No, il problema proprio non sussiste. Ecco un altro motivo per cui il biathlon non dovrebbe essere la Cenerentola degli sport invernali.

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