ATLETE

Francesca
non conosce
le stagioni

23 maggio 2018
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(Ansa)

Testo di Gianluca Ferraris

Francesca Lollobrigida non conosce le stagioni così come le conosciamo noi. Questione di prospettive.

In autunno inforca i pattini a rotelle, specialità di famiglia (il padre Maurizio è detentore del record italiano nei 50 chilometri) e suo primo amore agonistico: sugli schettini ha vinto nove mondiali in differenti specialità. «Ho iniziato quasi per gioco, correndo attaccata al paraurti della macchina di papà» ricorda. «Ci hanno pure multati un paio di volte. Certo, visto lo stato delle strade di Roma oggi non lo rifarei, ma è stata una fantastica formazione».

In inverno Francesca cambia equipaggiamento e gareggia sul ghiaccio, anche qui facendo man bassa di trofei: bronzo alle Universiadi, piazzamenti in serie nei 1.500, 3.000 e 5.000 metri, tre record italiani di cui uno in team, un oro europeo pochi mesi fa davanti alla connazionale Francesca Bettrone. Sul podio di Kolomna, in Russia, sono salite mano nella mano, e mano nella mano hanno cantato l’inno di Mameli.

Poi sono arrivati i giochi invernali di PyeongChang: potevano diventare lo zenith di Francesca, che però al debutto olimpico della mass start, proprio la specialità in cui si era laureata campionessa continentale, si piazza solo settima. La medaglia di bronzo, ampiamente alla sua portata, resta lontana ventotto centesimi e la prima a disperarsi è proprio lei: «Ci credevo, avrei potuto fare di meglio. Sono entrata in gara tranquillissima, ma è uscita fuori una finale strana. Forse ho attaccato troppo presto, ma io sono fatta così»

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(Getty Images)
«Ho iniziato quasi per gioco, correndo attaccata al paraurti della macchina di papà. Ci hanno pure multati un paio di volte. Certo, visto lo stato delle strade di Roma oggi non lo rifarei, ma è stata una fantastica formazione»

Ma torniamo alle stagioni. In tarda primavera, quando il sole bacia la sua Frascati – dove è nata nel 1991 – e il tepore dei Castelli romani inviterebbe all’ozio, Francesca Lollobrigida fa i bagagli e si trasferisce ad Amsterdam per continuare ad allenarsi. In questa scelta, apparentemente poco sensata, sta uno dei paradossi dello sport italiano. In Italia esistono solo due piste per l’ice speed skating, e sono entrambe in Trentino. Da Roma sono sette ore di treno, meglio dunque scegliere l’aereo e le storicamente efficienti strutture nordiche. Anche perché il pendolarismo da atleta Francesca l’ha già sperimentato a lungo: «Ho iniziato con il ghiaccio nel 2006, ero ancora in seconda liceo. Mia madre veniva a prendermi a scuola con il cestino del pranzo e mi metteva sul primo Intercity: 80 euro a tratta, i compiti per il lunedì fatti in cuccetta al ritorno, i soldi anticipati dai miei genitori per pagare i tecnici. Oppure toccava a papà, di nuovo lui, scoppiarsi 1.200 chilometri nel giro di un weekend solo perché io avessi la possibilità di allenarmi al meglio».

È andata avanti così per anni finché non si è fatta sotto la solita arma, che per chi pratica sport minori resta ancora l’unica ancora di salvezza: oggi Francesca corre sotto le insegne dell’Aeronautica militare, che le consente di concentrarsi sul training senza la preoccupazione di arrivare a fine mese né l’angoscia di un “dopo” difficile da disegnare per chi non ha certo accumulato milioni durante la sua carriera sportiva.

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(Getty Images)

Ma la sicurezza economica non è tutto, naturalmente. Per primeggiare occorre equilibrio. Occorrono piani di lungo periodo. Occorre che il destino non si accanisca contro di te. Ha pensato più volte di mollare, Francesca, in quei primi anni, anche perché quando finalmente iniziava a ingranare ha conosciuto la malattia: «Ho preso una mononucleosi che è stata diagnostica troppo tardi. Per mesi non sono riuscita neppure ad alzarmi da letto. C’è una foto dei Mondiali di rotelle del 2008, fa caldo ma io sono l’unica con la maglietta termica». Momenti difficili che avrebbero steso chiunque ma non lei: «Quando riaprivo gli occhi c’era sempre mia madre. Lei mi ha dato coraggio ogni giorno, anche quando, poco dopo essere guarita, mi sono fratturata una spalla». Per questo Francesca ha aderito alla campagna Grazie di cuore mamma, lanciata da Procter&Gamble a cavallo delle Olimpiadi invernali, che celebra le madri che aiutano i figli a superare i pregiudizi, nello sport come nella vita.

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In Corea del Sud mamma Sondra non c’era. Per la prima volta non ha seguito Francesca in una competizione, perché a casa combatteva un’altra battaglia per la quale erano necessarie tutte le energie che possedeva: quella contro un tumore. È finita bene, e in quell’abbraccio all’aeroporto di Fiumicino dopo il ritorno da PyeongChang c’era tutto il sole di questo mondo.

Lo stesso sole che Francesca, paradossalmente, ama più del ghiaccio su cui ha vinto tutto («Tutti ridono quando lo dico, ma sono super freddolosa!») e che sbuca fuori dai suoi capelli appena tornati biondi, dal suo seguitissimo profilo Instagram, dalla risposta che inevitabilmente le tocca dare alla domanda più gettonata, visto il cognome che la acompagna. «Me lo chiedono anche all’estero, se sono parente di Gina» dice ridendo. «In effetti lo sono, alla lontana: i nostri nonni erano cugini. Non l’ho mai conosciuta, però: lei nella mia testa è soprattutto la Fata Turchina di Pinocchio. Pensa che selfie veniva fuori se ci fossimo incontrate quando avevo i capelli azzurri…»

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(Ansa)
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