Cecilia,
dall’Europa agli
USA e ritorno

30 Maggio 2018
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(Ilaria Magliocchetti Lombi per Contrasto)

Testo di Gianluca Ferraris

Nel giro di una settimana ha vinto il campionato italiano di basket femminile con Schio dopo una finale tiratissima, salutato amici e parenti, preso un volo per gli Stati Uniti dove ha celebrato il titolo WNBA conquistato lo scorso anno con le Minnesota Lynx e iniziato una nuova stagione agonistica.

Aggiungete copertine, ospitate tv, grinta e ambizione da vendere, una bellezza che non passa inosservata e l’ingresso, a giugno 2017, nel “quintetto ideale” europeo che potrebbe fare da apripista a un ingaggio continentale di prima fascia dopo che ad agosto sarà libera dai playoff a stelle e strisce, e capirete perché Cecilia Zandalasini è unanimemente considerata la regina della pallacanestro italiana. Una posizione non facile da gestire per una ragazza che ha appena compiuto 22 anni, e nella quale anche la Nazionale ripone delle aspettative enormi sin da quando era ancora una juniores: «L’ultimo anno è stato il più movimentato della mia vita» racconta.

«Dopo Euro 2017 il mio telefono bolliva: venivo invitata da tutti a far tutto. Ero disorientata, senza riferimenti, possibile che fossi diventata di colpo così buona, brava e bella? In fondo noi azzurre avevamo perso la qualificazione ai mondiali a 8 secondi dalla fine per un fallo della sottoscritta. Poi ho preso coscienza: è il percorso che fai per arrivare la cosa più importante, è il modo in cui riesci a migliorare te stessa e non la versione di te che vogliono vedere gli altri. È il motivo per cui, dopo aver ricominciato la stagione a Schio, ho silenziato per un po’ i miei social. Ed è anche il motivo per cui ho scelto di venire a giocare negli Stati Uniti: qui non sono la campionessa designata, ma solo una che deve guadagnarsi il posto in squadra. Ogni giorno, a ogni allenamento».

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(Getty Images)
«Ho scelto di venire a giocare negli Stati Uniti perché qui non sono la campionessa designata, ma solo una che deve guadagnarsi il posto in squadra. Ogni giorno, a ogni allenamento».

È questa, sostiene Cecilia, la cosa che più apprezza della sua esperienza con il mondo dorato del basket americano. Dove, a differenza di quello italiano, anche le donne sono professioniste: «Le diseguaglianze rimangono enormi» rivela «sia in termini economici che di visibilità. Ma qui puoi vivere tranquillamente del tuo talento, mentre da noi è un privilegio riservato a pochissime». Ingaggi a parte, è anche l’approccio a essere differente tra le due sponde dell’oceano: «In Italia mi capitava di dovermi lavare la divisa da sola e di raggiungere i palazzetti dove giocavo con la mia auto. Non che fosse un problema, intendiamoci. Ma qui a Minneapolis, come nella maggior parte delle società Usa, l’atleta è lasciato libero di fare solo l’atleta e in cambio gli si chiede il massimo. Così l’ambiente diventa competitivo e l’agonismo che si respira condiziona le partite, che sono molto spettacolari. E il fatto di giocare praticamente ogni due giorni, paradossalmente, ti insegna a gestire meglio lo stress, a non sentire la pressione. Qui posso migliorare ancora dal punto di vista tecnico. Devo diventare più “cattiva” in area di tiro, imparare movimenti nuovi. A livello di team, invece, puntiamo a vincere di nuovo il campionato». Anche per sfatare il mito dell’anno dispari, quasi un’ossessione per le giocatrici di Minneapolis che hanno portato a casa il titolo nel 2011, 2013, 2015 e 2017. Poi c’è la Nazionale. «A novembre ricominciano le qualidicazioni all’europeo e dobbiamo assolutamente fare bene».

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(ABACA)
«In Italia mi capitava di dovermi lavare la divisa da sola mentre qui a Minneapolis, come nella maggior parte delle società Usa, l’atleta è lasciato libero di fare solo l’atleta e in cambio gli si chiede il massimo»

E la fatica fisica? «Lo so, gioco quasi ininterrottamente da un anno e mezzo, ma per ora non la sento. E poi per rilassarmi ho i miei metodi». Che sono quelli che ti aspetti da una ragazza della sua età. Film in streaming: «Sono una fan degli Avengers e del mondo Marvel in generale, colpa di papà che mi ha riempito la casa di fumetti». Musica: «Ho sempre le cuffie con me. Adoro Calcutta, mentre il mio manager lo detesta, ci punzecchiamo parecchio. Le mie compagne di squadra mi fanno una testa così con il rap, ma il mio genere preferito rimane l’indie italiano. Ascoltare testi un po’ depressi mi fa superare le giornate storte, perché aiuta a capire che non sono l’unica ad averle».

E poi lo stupore verso posti nuovi, gente nuova, abitudini nuove. «Prima di sbarcare in Minnesota avevo solo fatto una vacanza a New York. Conoscevo poco degli Usa ed è per questo che cerco di andarmene in giro ogni volta che posso». Con l’inglese le cose vanno bene: «In campo lo parlavo già, perché a Schio avevamo diverse giocatrici straniere. Ma vorrei diventare ancora più sciolta: sono una perfezionista anche in questo».

«Il fatto di giocare praticamente ogni due giorni, paradossalmente, ti insegna a gestire meglio lo stress, a non sentire la pressione. Qui posso migliorare ancora dal punto di vista tecnico»
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(Garrett Ellwood/NBAE per Getty Images)
«Noi e i maschi facciamo lo stesso sport, con le stesse regole. Me ne frego se qualcuno ci considera di serie B: io gioco perché è la mia passione e la sera torno a casa appagata»

Più la conversazione prosegue, tuttavia, più la sensazione è quella di trovarsi di fronte a una ragazza qualunque, in grado di gestire l’enorme pressione che grava sulle spalle da quando era la più alta della sua scuola. «In realtà facendo questa vita mi è capitato di sentirmi diversa, e so di aver perso dei pezzi, dai sabati sera con gli amici all’università. Ma è stata una mia scelta» specifica Cecilia. «In realtà da bambina sognavo di diventare una pittrice o una scultrice, anche se la palla da basket è una delle prime cose con cui ho giocato».

In qualche modo, comunque, è diventata lo stesso un’artista. Il suo è basket al livello più alto. «Noi e i maschi facciamo lo stesso sport, con le stesse regole. Me ne frego se qualcuno ci considera di serie B: io gioco perché è la mia passione e la sera torno a casa appagata. Il pubblico statunitense lo capisce: alla prima di campionato delle Lynx c’erano quasi 10.000 spettatori. Chi ama questo sport, segue anche le donne». Non è un caso, forse, che anche tra gli strapagati colleghi uomini della NBA le coach donne siano sempre di più. «Anche nel caso in cui decidessi di diventare allenatrice, insomma, questo sarebbe il Paese ideale. Ma al momento non riesco a vedermi lavorare fuori dal campo: ho ancora tutta la carriera davanti».

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