Sara Gama:
«Mai pensato di
fare la rivoluzione»

6 giugno 2018

Testo di Alessandra Giardini

Quando le hanno detto che avrebbero creato una Barbie con la sua faccia, i suoi ricci scuri, addirittura la sua maglia della Juve e la fascia di capitano, Sara Gama non ha fatto una piega. «Il mio solito entusiasmo. Loro non capivano come mai non mi strappassi i capelli. Poi mi hanno letto la motivazione e devo dire che mi è piaciuta».

Una grinta in grado di ispirare ogni bambina a perseguire sempre i propri sogni, c’è scritto. «Divento un modello per le bambine, e allora si vede che qualcosa di buono l’ho combinato». E dire che voleva soltanto giocare a pallone, non si era mai messa in testa di fare la rivoluzione e di guidare un gruppo di insorte.

Né tantomeno avrebbe mai immaginato che sarebbe stata lei, con il suo bottino di 100 presenze in maglia azzurra, a condurre l’assalto della nazionale di calcio femminile ai mondiali. Lo scorso 8 giugno a Firenze, battendo per 3 a 0 il Portogallo, le ragazze del calcio hanno tagliato un traguardo storico, che mancava da 20 anni e che stavolta neppure gli strapagati colleghi uomini erano riusciti a centrare.

Una bella soddisfazione per chi ha iniziato a giocare in strada, a Trieste. Gli altri, tutti maschi. «Niente playstation, no, a noi piaceva stare fuori. A parte il calcio, che mi rendeva diversa, ero una bambina normale». Mamma italiana, padre congolese, Sara viene su figlia unica. «Non direi che siamo un Paese di razzisti. Siamo stati campioni di accoglienza. Di fronte al fenomeno degli immigrati siamo stati lasciati soli dal resto dell’Europa, e molti italiani hanno dato il meglio. Quelli che vediamo razzisti il più delle volte sono soltanto ignoranti».

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(Getty Images)
«Niente playstation, no, a noi piaceva stare fuori. A parte il calcio, che mi rendeva diversa, ero una bambina normale»

A sette anni Sara ha già tutto il talento che ci vuole per uscire dal gruppo. «Vennero a casa i genitori di un mio amico, mi chiesero se volevo andare a provare con la sua squadra». La squadra si chiama Zaule Rabuiese, la maglia è viola. La prova va come deve andare, e Sara diventa una calciatrice, «femmine no, non ce n’erano, all’epoca erano ancora bestie rare».

Ventun anni più tardi, oggi, alla Continassa, periferia nord-ovest di Torino, c’è la nuova sede della Juventus. La squadra femminile si allena già qui, in attesa che arrivino anche i maschi. «Ci stanno accogliendo, e conoscendo. Prima probabilmente non sapevano neanche cosa fosse il calcio femminile, adesso cominciano a toccarlo con mano e c’è curiosità. C’è del buono nelle nuove generazioni, cominciano a vedere le cose con occhi diversi».

Sembra di scorgere una traccia di ottimismo. «In realtà non sono positivissima per l’Italia, credo che si stiano perdendo di vista i valori fondamentali. Viviamo di immagine, sembra che tutti possano permettersi di dire tutto, ma le parole hanno un peso. Continuamo a produrre talenti perché la creatività che abbiamo noi non ce l’ha nessuno, il problema è che spesso abbiamo difficoltà a sfruttare al meglio quello che c’è di innato. Noi siamo quelli del talento, ma il talento non basta a lungo andare, e noi sportivi lo sappiamo bene».

Consigliera federale della Figc, presidente della Commissione sviluppo del calcio femminile, Sara non la vorrebbe una bacchetta magica per risolvere i problemi. «Il primo era partire seriamente, poco tempo fa sembrava una lotta contro i mulini e vento. Adesso non più, da tre anni la federazione ha preso una direzione precisa, per la prima volta vedo cose accadere attorno a me senza dover spingere perché qualcosa si muova, questa è la soddisfazione più grande».

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«Non abbiamo un’assicurazione sanitaria, una previdenza. Non abbiamo neanche uno stipendio, il nostro è soltanto un rimborso spese. Però lavoriamo come professioniste: tutti i pomeriggi, e qualche volta doppio allenamento»

A scuola era brava, studiare le è sempre piaciuto, dopo il liceo scientifico si è laureata in Lingue e letterature straniere all’Università di Udine. «Parlo tre lingue, quattro con l’italiano. Più il triestino ovviamente, con punte di friulano», e finalmente Sara si apre in un sorriso, un evento raro. A ventun anni è andata a giocare in California, a ventiquattro al Paris Saint Germain, «venivo da Brescia e ormai avevo tagliato il cordone con la mia bellissima città, ma non è stato facile perché a Trieste si vive troppo bene».

A Parigi scopre che qualcuno ha già realizzato i suoi sogni. «Erano anni luce avanti a noi, investivano nel calcio femminile, c’era un’accademia. La gente neanche immagina che le sportive in Italia siano tutte dilettanti. Non dico noi che giochiamo a calcio, parlo delle atlete che portano la bandiera alle Olimpiadi. Puoi pensare che per tutte loro lo sport sia un hobby? Non abbiamo un’assicurazione sanitaria, una previdenza. Non abbiamo neanche uno stipendio, il nostro è soltanto un rimborso spese. Però lavoriamo come professioniste: tutti i pomeriggi, e qualche volta doppio allenamento. Ho visto ragazze titolari in nazionale smettere a venticinque anni perché avevano avuto un’offerta di lavoro. Fino a poco tempo fa se rimanevi incinta l’accordo con la tua società si dissolveva. Adesso non ti danno i rimborsi spese per la durata dell’assenza, ma se non altro dopo il parto puoi rientrare».

Con l’ultima finanziaria è stato varato un fondo per la maternità. «A me nessuno ha mai chiesto di non fare figli, vorrei vedere anche questa». Eppure in Europa sono più di un milione le donne che giocano a calcio, più di ottocentomila hanno meno di diciotto anni. «I primi anni giocavo a centrocampo, sulla fascia. Sono passata in difesa quando si sono accorti che con un pezzo di campo in più da correre andavo ancora meglio. Ma il mio primo istinto è sempre stato quello di sistemare le cose, di metterle in sicurezza». Non in federazione però, lì Sara va all’attacco. «Non puoi difendere qualcosa che non hai. Adesso però sta cambiando tutto».

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Per trovare uno sponsor conta avere talento ma anche essere molto seguiti sui social e avere una bella faccia. «Questo però non riguarda il calcio femminile ma la nostra società: anche ai maschi sono richieste le stesse cose, anche loro devono essere carini»

Oggi, a ventotto anni, Sara ha raggiunto le cento presenze in nazionale. «Costacurta mi ha paragonato a Fabio Cannavaro, è un complimento, ma io modelli nel calcio non ne ho mai avuti». Per trovare uno sponsor conta avere talento ma anche essere molto seguiti sui social e avere una bella faccia. «Questo però non riguarda il calcio femminile ma la nostra società: anche ai maschi sono richieste le stesse cose, anche loro devono essere carini. Io mi piaccio, ho un buon rapporto con la mia persona. Col mio fisico ma soprattutto con la mente». Di sicuro Sara è nata nel momento giusto, anche se lei non è tanto d’accordo. «È  il momento giusto perché lo abbiamo fatto diventare giusto io e le mie compagne, negli ultimi anni abbiamo fatto molto».

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