Carola Falconi:
«In serie A ho
giocato gratis»

14 Giugno 2018
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Testo di Barbara Rachetti
Foto di Ugo Zamborlini
Video di Giacomo Traldi

Chi nasce al mare, facile che cresca a bracciate. Se poi nasci a Bogliasco, culla storica della pallanuoto, la calottina te la infili a sette, otto anni e non te la togli più.

Com’è successo a Carola Falconi, portiere del Bogliasco Bene, che “vive in vasca” da 18 anni. «Il cloro della piscina ti entra nella pelle. L’acqua ha quella strana magia che ti strega la prima volta e poi ti lega per sempre. A 27 anni, non penso minimamente di smettere perché la pallanuoto è una parte ancora importante della mia vita». Quello con l’acqua è un imprinting che si alimenta nel tempo. «Gioco con la mia squadra, mi occupo della preparazione atletica delle mie compagne allenandole in palestra e ho fondato con altri appassionati la prima società di pallanuoto per persone disabili in Liguria, la Waterpolo Columbus Ability Team ASD. Vogliamo fare in modo che tutti possano praticare questo splendido sport. E siccome si vive di sogni, puntiamo a inserire la pallanuoto tra gli sport paralimpici»

Carola ha preso la Laurea magistrale in Scienze motorie con la massima votazione. Lavora in varie palestre tra Genova e Bogliasco dove segue anziani, malati di Parkinson e persone con disabilità. Passione e vocazione, prima di tutto. Ma anche necessità di guadagnare. «In Italia la waterpolo è considerata uno sport minore, si fatica a trovare sponsorizzazioni e visibilità, in quella femminile ancora di più. Noi pallanuotiste italiane riceviamo un rimborso variabile a seconda della società per cui siamo tesserate. Le più “fortunate” si avvicinano alla cifra corrispondente a uno stipendio medio, altre non percepiscono nulla. In ogni caso i pallanuotisti maschi portano a casa importi di gran lunga superiori, anche se giocano in squadre del campionato di serie A2. E mentre molti di loro possono godere di un vero stipendio, noi donne, il primo anno in cui abbiamo partecipato al campionato di serie A1, abbiamo giocato gratis. Eppure sono diverse stagioni ormai che nello sport i nostri risultati sono migliori di quelli maschili. Anche alle Olimpiadi di Rio, d’altra parte, gli unici ori sono stati vinti dalle donne, ma si è parlato di loro due giorni. Dopo, è calato il silenzio».

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«Mentre molti pallanuotisti uomini possono godere di un vero stipendio, noi donne, il primo anno in cui abbiamo partecipato al campionato di serie A1, abbiamo giocato gratis. Eppure sono diverse stagioni ormai che nello sport i nostri risultati sono migliori di quelli maschili»
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Eppure Carola si allena nella società più forte d’Italia, con una tradizione di quasi 70 anni e un palmares eccezionale: il Bogliasco ha vinto 7 Trofei del Giocatore consecutivi, il massimo obiettivo per una squadra. «Noi siamo tutti nati e cresciuti qui, perché la società da sempre “alleva” gli atleti dal vivaio fino alla prima squadra, limitando il più possibile l’utilizzo di giocatori stranieri. Ormai da diversi anni sia la prima squadra maschile che quella femminile militano nei rispettivi campionati di serie A1, il top, fornendo atleti alle selezioni nazionali di tutte le categorie. Ci alleniamo tanto quanto i maschi, nove sedute di allenamento dal lunedì al venerdì tra acqua e palestra (quindi quattro giorni su cinque doppio allenamento) e il sabato la partita. Peccato che noi donne, guadagnando molto poco, dobbiamo lavorare molto di più fuori dalla piscina. Forse solo le atlete della Nazionale riescono a vivere di questo sport. Per tutte le altre si tratta di passione e sacrificio puro».

«Solo le atlete della Nazionale riescono a vivere di questo sport. Per tutte le altre si tratta di passione e sacrificio puro».

La verità è che per lo sport italiano le donne restano sempre e comunque dilettanti, anche ad altissimi livelli. La pallanuoto poi da noi non decolla neanche nel settore maschile: rispetto all’Ungheria, per esempio, dove è il primo sport in assoluto, nel nostro Paese resta ammantato di un alone di dedizione e spirito volontaristico. Poca visibilità sui media, poca pubblicità anche da parte delle stesse società. Facile allora che, in uno scenario così poco appetibile, dove questo sport è solo una comparsa, la parte femminile venga messa da parte. Infatti, girando pochi soldi, il “gap” con i maschi è ancora più visibile. «Il budget a disposizione della società viene destinato in maggior parte alla squadra maschile. Con il residuo si cerca di tutelare anche le donne. Anche la tifoseria considera noi donne atlete di serie B. Il Bogliasco Bene maschile ha probabilmente i tifosi più invidiati d’Italia: persone che seguono la squadra dappertutto con cori, striscioni e bandiere. Solo che, se dopo la maschile giochiamo noi donne, gli stessi tifosi smontano tutto e abbandonano gli spalti. Anche la Federazione ci mette lo zampino perché spesso programma i nostri incontri nel pomeriggio del sabato, mentre quelli maschili alla sera, quindi in orario migliore. Certo, abbiamo anche noi il nostro pubblico, ma quello che manca per creare un clima di parità, è un vero lavoro di squadra a livello nazionale, a partire dai dirigenti». Nota dolente, i dirigenti. Se i pallanuotisti, anche uomini, non sono professionisti, i dirigenti sono ancor più dilettanti: quasi sempre le società vengono gestite dai genitori degli atleti, pilastri di efficienza, buona volontà ed entusiasmo, ma forse non di capacità manageriali. Quelle che ci vorrebbero a uno sport che ha grandi potenzialità. Basti pensare a come negli ultimi 30 anni si sia affermato il movimento del nuoto, e a quante piscine ci siano in Italia: quasi ogni comune ne ha una, per non parlare delle città.

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«Il nostro è lo sport più divertente e più faticoso in assoluto, ma avere al tuo fianco una compagna che sta soffrendo come te eppure va avanti, crea una complicità profonda, che ti resta per la vita. In vasca “tutti si attacca e tutti si difende”, non ci sono primedonne»

Eppure, basta vedere una partita una volta per innamorarsi della pallanuoto. «È un gioco dinamico e veloce, soprattutto quello femminile, che negli ultimi anni viene apprezzato sempre più perché meno fisico e più mentale rispetto a quello maschile. Tra gli uomini oggi dominano i giganti, ragazzoni “fisicati” che con la forza e i muscoli stanno trasformando il gioco in uno scontro spettacolare, ricco di attrattiva ma impoverito del suo spirito originario. In una partita femminile invece si riescono ad apprezzare di più la tattica e gli schemi, c’è il tempo per restare col fiato sospeso a seguire la palla e aspettare il goal. Oltre al fatto, poi, che per diventare brave, da noi non contano le qualità fisiche come per i maschi: tra le donne, ci sono ottime possibilità che una ragazzina di un metro e 70 giochi contro una di un metro e 90. Non c’è “selezione naturale” a monte, non sulla base della fisicità, ma opportunità vere per tutte». Carola fisicamente non incarna il prototipo del portiere, eppure è proprio questo il suo ruolo. Con le spinte poderose delle gambe e gli allunghi delle braccia deve coprire l’ampiezza della porta che ha le stesse dimensioni di quella maschile (mentre il campo e la palla sono diverse). «Io non ho le leve lunghe per parare ma mi sono creata un modo tutto mio per farlo. La mia è una continua ricerca, anche dopo tanti anni di vasca. E se non avessi la passione che mi spinge, non potrei andare avanti». Passione e sacrificio che le hanno permesso di ottenere risultati e soddisfazioni arrivando a indossare la calottina azzurra in competizioni europee e mondiali sia con la Nazionale Giovanile che con quella Universitaria.

La stessa passione e determinazione che le ha trasmesso papà Daniel, campione argentino di pugilato, categoria pesi massimi, che mancò per un soffio le Olimpiadi di Mosca a causa del boicottaggio dell’Argentina. Venne a Genova negli anni Ottanta per tirare alla corte di Rocco Agostino, il manager che portò Patrizio Oliva a vincere il mondiale. «Mio papà mi ha fatto capire che si vive di obiettivi, dai più piccoli ai più grandi. È lui che mi ha insegnato a non mollare mai, a cercare sempre la mia strada, ad affrontare le cose con grinta e se necessario anche con i guantoni. È senza dubbio il mio primo tifoso, ha condiviso con me gioie e dolori seguendomi dappertutto». La pallanuoto è uno sport, oltre che di squadra, di contatto, in cui devi imparare a difenderti e farti rispettare, a mettere in atto astuzie che solo giocando e crescendo capisci. «Una volta le prendi ma la volta dopo reagisci. Non ci si pensa, ma questo sport si gioca anche sott’acqua, solo che non si vede: durante le marcature ci si prende per il costume, e capita anche di sferrare alcuni colpi subacquei proibiti (come calci o pugni) ovviamente punibili dall’arbitro, se visti. Quello che succede sotto insomma è la vera battaglia, uno spettacolo nello spettacolo».

L’affinità con la boxe si rivive due sere alla settimana. Padre e figlia hanno messo a punto un corso integrato chiamato Cross Training/Difesa Personale: dopo il suo secondo allenamento di pallanuoto Carola si “catapulta” nella palestra delle scuole di Bogliasco, dove propone ogni volta un circuito differente, a cui si aggiunge una parte di allenamento sulle tecniche di difesa personale insegnate dal padre. «Nei periodi in cui il campionato è fermo mi diverto a tirare qualche colpo ai guantoni del mio papà. La boxe ti tempra perché prima di dare un pugno, devi non prenderlo. È un lavoro di maturità e consapevolezza».

Maturità che quest’atleta ha dovuto sfoderare davvero, ributtandosi in piscina pochi mesi dopo una difficile operazione all’anca, il passaggio spesso obbligato per i portieri della pallanuoto, impegnati per anni a “biciclettare” sott’acqua. Le rotazioni continue a cui è sottoposta questa delicata articolazione, alla lunga lasciano brutte tracce di usura sul corpo. «Per tornare in forma ho dovuto allenarmi da sola, senza la mia squadra, le mie 12 amiche-sorelle che sono un pezzo di me. E ho sofferto molto. Dopo 10 anni in cui ero il capitano, ho deposto lo scettro. Ora sono vice, ma sempre capitano mi sento».

In questo sport, in cui dividi i tuoi giorni con le altre, la vita di spogliatoio, le trasferte, la fatica condivisa sono un cemento prezioso per l’amicizia. «Il nostro è lo sport più divertente ma più faticoso in assoluto, massacrante per il fisico e per la testa perché ti muovi in un ambiente non tuo, dove si richiedono scatti improvvisi alternati a gesti potenti, una concentrazione altissima per scegliere la tattica giusta insieme alle compagne, riprese in velocità da un lato all’altro della piscina durante il contropiede. Ma avere al tuo fianco una compagna che sta soffrendo come te eppure va avanti, crea una complicità profonda, che ti resta per la vita. In vasca “tutti si attacca e tutti si difende”, non ci sono superstar. Ciò che conta in assoluto è l’armonia della squadra, l’affiatamento, la cooperazione, il supportarsi l’una con l’altra. Quei valori che, in qualsiasi categoria tu stia giocando, ti spingono ad allenarti anche quando non ne hai voglia, facendo i salti mortali durante la giornata, palleggiandoti tra scuola-università-lavoro e alla sera tuffandoti anche se fa freddo e magari non c’è l’acqua calda per la doccia. Ma io non sogno una piscina tutta per noi (anche se avere almeno uno spogliatoio tutto nostro, come la squadra maschile, ci piacerebbe molto). Ho già un sogno e ancora tanti obiettivi da raggiungere con le compagne della mia bellissima squadra».

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