ATLETE

Laura Macchi: «Non sono i lividi che rendono il basket meno femminile»

29 giugno 2018
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Testo di Barbara Rachetti

Il nemico peggiore di un’atleta donna è lo stereotipo. E in Italia ne sopravvivono ancora molti. In cima alla classifica, al primo posto: le ragazze che fanno basket sono dei maschiacci. Al secondo: le pallavoliste se la tirano. Al terzo: le calciatrici sono omosessuali. Verrà mai un giorno in cui si commenteranno le giocate delle atlete sul campo, qualsiasi campo, e non i loro look o le presunte preferenze sessuali?

Tant’è, per ora le atlete italiane devono convivere con la leggenda che il basket rende sgraziate e mascoline, nel volley non si suda e quindi si gioca col mascara, chi fa calcio o è brutta o lesbica (in molti casi pure entrambe le cose). «Da noi impera una visione distorta della femminilità, complice la politica e la televisione» dice Laura Macchi, veterana del basket italiano. Decine di presenze in Nazionale, a 39 anni è appena passata alla Dike Napoli: una carriera infinita la sua, pronta ancora a scommettere sul futuro. D’altra parte, come dice lei, “sono la più vecchia del campionato, ma la più giovane mentalmente”. «Le belle e le brutte ci sono dappertutto, come le lesbiche e le eterosessuali. La verità è che non esiste uno sport più femminile di un altro. E che ci vorrebbe pari dignità per uomini e donne, anche in campo».

Fatto sta che la disparità di genere esiste anche nello sport. E forse nel basket pesa più che in altre discipline perché è uno dei 4 sport in Italia (insieme a calcio, golf e ciclismo) di cui le federazioni riconoscono il professionismo, riservandolo però ai soli maschi. «Noi donne non abbiamo diritto a questo status: quindi siamo prive di tutela sanitaria, assicurazione contro i rischi, regolari versamenti contributivi e maternità. Se restiamo incinte, il contratto – che in realtà è una scrittura privata – si interrompe, come prevedono le clausole che firmiamo» racconta. «Siamo e restiamo dilettanti, anche nello stipendio. Se un uomo guadagna 100, noi guadagniamo 8».

«La verità è che non esiste uno sport più femminile di un altro. E che ci vorrebbe pari dignità per uomini e donne, anche in campo».
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Laura Macchi con la divisa del Famila Schio di Vicenza, dove ha giocato per 11 anni. Ora è passata alla Dike Napoli.
«Siamo e restiamo dilettanti, anche nello stipendio. Se un uomo guadagna 100, noi guadagniamo 8»

Eppure, in Italia il basket è il terzo sport di squadra dopo calcio e pallavolo. Fino agli anni Novanta i rapporti di forza erano ribaltati. Ora i numeri del volley sono quasi 4 volte quelli della pallacanestro: 327mila tesserati contro 80mila. Di questi, la parte femminile conta sempre di meno. Gli stessi arbitri si lamentano quando devono gestire le partite delle donne. Qualche timido segnale di cambiamento però c’è. «Dal 2018, tramite Coni e Giba (l’associazione dei giocatori di basket) possiamo accedere a un fondo di 3 milioni stanziato dal governo per le maternità delle atlete, da dividere per tutte le campionesse con i requisiti giusti. Poche giocatrici però scelgono di diventare mamme: ci vuole una famiglia intorno che ti aiuti, prima di tutto, e poi economicamente spesso non conviene perché ora gli ingaggi sono sempre più bassi e le società sempre di meno, rosicchiate anche loro dalla crisi, come le aziende».

E poi magari succede come a lei, che ti svegli un giorno e ti ritrovi all’improvviso a 39 anni. «Ho sempre pensato e detto che avrei voluto un figlio ma la mia vita finora ha viaggiato a velocità fuori controllo: penso di averne vissuto 8, di vite, tra campionati, scudetti, Eurolega (che è come la Champions per il calcio), incidenti e rientri». Oggi Laura, dopo aver vinto lo scudetto 2018 con la Famila Schio di Vicenza, gioca con la Dike Napoli, squadra in A1, tra le top in Italia. Una nuova sfida, un coraggioso rilancio a un’età in cui in altri sport si ha già abbandonato un pezzo. Ma non lei, che mangia pane e basket da quando aveva 12 anni. «Il top della mia carriera è stato a 24 anni, quando per due stagioni di fila non mi sono mai fermata tra campionato, NWBA, Nazionale. Poi mi sono rotta la fascia plantare e per 5 anni sono rimasta fuori dalla Nazionale finché, quando l’Italia si è qualificata per gli Europei, sono stata chiamata. Sono rientrata e alla seconda partita ho avuto un incidente terribile: una gomitata che mi ha rotto la mandibola. Ora ho ripreso di nuovo a giocare ma mi rendo conto che i riflettori si stanno spegnendo sulla mia vita d’atleta».

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«Ho sempre pensato e detto che avrei voluto un figlio ma la mia vita finora ha viaggiato a velocità fuori controllo: penso di averne vissuto 8, di vite, tra campionati, scudetti, Eurolega (che è come la Champions per il calcio), incidenti e rientri»

Come si sono spenti sul fenomeno basket. Negli anni Novanta nel nostro campionato nazionale passavano le giocatrici più brave del mondo: per scalzarle bisognava essere ancora più brave di loro. «La Comense, per cui io giocavo, era tra le squadre più forti. È di quegli anni la battaglia di noi donne per avere la palla più piccola, mentre le colleghe del volley ottenevano anche di farsi abbassare la rete. Per noi, invece, il canestro è rimasto sempre alla stessa altezza di quello degli uomini» ci racconta. «E così, di partita in partita, la pallavolo femminile piaceva sempre di più perché permetteva al gioco delle donne di esprimersi al meglio, con una rete che consentiva passaggi alla loro portata e un look che mano a mano si ingentiliva, guidato anche da un sapiente marketing. Noi abbiamo ancora adesso i calzoncini larghi a cui dobbiamo fare quattro risvolti. Siamo dei maschiacci? Semplicemente facciamo uno sport dove si cozza l’una contro l’altra e dove per andare a canestro devi affrontare un armadio di un metro e 90 che ti si para davanti».

Le acconciature in campo, insomma, non sono previste perché non reggerebbero agli urti, le ciocche cadrebbero e le mollettine pure. «Gli spettatori – ma forse più i procuratori – ci vorrebbero più femminili, ma questo è uno sport dove i limiti di tempo sono fonte di stress, dove bisogna prendere decisioni veloci in tempi brevissimi, magari modificando lo schema perché un’avversaria ti ha rubato la palla o una compagna non è riuscita ad agguantare un rimbalzo. Sicuramente, poi, se da una parte non ci presentiamo in shorts aderenti, dall’altra siamo ancora meno attrattive dei colleghi maschi perché facciamo un gioco più tradizionale e meno spettacolare del loro, dove velocità, ritmo e atletismo oggi sono esasperati. Con buona pace degli sponsor, però, che nel settore maschile invece investono, eccome».

«Noi abbiamo i calzoncini larghi a cui dobbiamo fare quattro risvolti. Siamo dei maschiacci? Semplicemente facciamo uno sport dove si cozza l’una contro l’altra e dove per andare a canestro devi affrontare un armadio di un metro e 90 che ti si para davanti»
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Laura è un mito del basket italiano. Così è apparsa sulla Gezzetta dello sport quando, a fine campionato 2018, con il Famila Schio ha vinto lo scudetto per la sesta volta in 9 anni. La sua carriera è già scolpita nella storia dello sport italiano: con gli 8mila punti raggiunti nel 2018 e le 600 presenze in serie A, è la terza atleta più forte di sempre in assoluto del basket nazionale.

Fare pallacanestro per le donne oggi è difficile. Girano pochi soldi e anche quando si creano l’ambiente e l’entusiasmo giusti, i pregiudizi sono duri a morire. «Spetta alle giovani scalzarli, sono le nuove leve che devono per prime tagliarsi le unghie e non aver paura di qualche livido. Non è quella femminilità lì che interessa allo spettatore: è il gioco che deve tornare in primo piano, il nostro gioco, quello delle donne, dove comandano l’agilità e il controllo, l’intelligenza e la velocità, l’orchestrazione magistrale dei movimenti e l’apporto di ciascuno, anche il più debole».

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