La corsa
inarrestabile
di Yulia

18 luglio 2018
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(Joao M. Faria)

testo di Marina D’Incerti

Sono quasi le 11 di sera, manca poco alla partenza della Lavaredo Ultra Trail, 120 km da correre tra boschi e sentieri per un dislivello positivo di 5.800 metri. Yulia è pronta, si avvia alla partenza in mezzo a mille seicento runner radunati sulle Dolomiti da ogni angolo del mondo.

Tanti la salutano, la incoraggiano. Lei ringrazia con un sorriso dolce, inatteso in un’atleta guerriera. Un ultimo controllo: i guanti, ben tre paia di peso diverso: «Soffro molto il freddo, soprattutto alle mani» spiega. È carica, emozionata. Questa corsa è una sfida nella sfida.
La testa torna al 2015, quando su questo meraviglioso tracciato ha corso 18 chilometri, pochi ma importantissimi, quelli della rinascita.

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Yulia Baykova, 35 anni, nata in Lettonia, in Italia dal 2005, è un’atleta di punta di ultra trail running, la corsa su percorsi sterrati tra i 42 e gli oltre 100 chilometri. Una disciplina estrema. Resistenza fisica e mentale, passione per la natura: tutto è spinto al limite. Difficile praticarlo da giovanissimi, spesso ci si arriva da altri sport di fatica e di montagna come la maratona e lo scialpinismo.

Yulia inizia con la corsa campestre nel 2005, quando si trasferisce in Italia innamorata del marito, Vincenzo Bertina, e dei prati verdi del novarese, dove vivono. Nel 2011 il primo ultra trail di 63 chilometri e poi i piazzamenti importanti nelle gare italiane e internazionali.

Ma nel 2015 la corsa di Yulia si interrompe. Viene colpita da un virus influenzale che in pochi giorni si trasforma in una miocardite fulminante. Una febbriciattola insidiosa. Le visite ripetute e inconcludenti dal medico. L’ansia preveggente del marito. Fino all’ultima visita al pronto soccorso. Yulia ne esce su una barella, in disperata emergenza. Il cuore in condizioni gravissime, quasi spento. A Vincenzo non resta il tempo di avere paura. Solo di pensare: «Non è possibile, non sanno chi è Yulia».

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Yulia è l’atleta che arriva dopo 48 chilometri e una lunga salita sotto le Tre Cime di Lavaredo. Infreddolita e sudata, il corpo fumante nell’alba gelida, raggiunge il posto di ristoro: guarda senza vedere, parla e chissà se ascolta. È in dialogo con se stessa, nel vuoto mentale della concentrazione e della fatica. Ti passa vicino correndo e ti sferza con la determinazione incrollabile, l’energia trascinante. È già lontana, tra le montagne.

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I cardiologici dell’ospedale Le Molinette di Torino dove viene trasferita d’urgenza capiscono subito di avere a che fare con una che non molla. La sottopongono a 4 interventi chirurgici. Per 16 giorni è tenuta in vita con le macchine. La rottura di un’arteria compromette gli organi interni, un polmone collassa. Ma contro ogni probabilità il cuore di Yulia ritrova il suo ritmo inesorabile. Appena uscita dal coma farmacologico, ancora incapace di parlare, scrive su un foglio il desiderio di partecipare a una gara.

Dopo quattro mesi è alla Lavaredo Ultra Trail, d’accordo con il cardiologo corre 18 chilometri. A settembre i test di sforzo confermano che il cuore è al 100%, la capacità polmonare quasi completamente recuperata. «Oggi posso dire che provo rispetto per ciò che mi è capitato» dice. Oltre a una carriera atletica da ricostruire a tempo di record, le è rimasta la gratitudine e la saggezza dei sopravvissuti: «Ho capito che la vita è fragilissima, che respirare è un dono immenso. Sentire che il tuo corpo funziona e può esprimere ciò che sei non ha prezzo».

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«Ho capito che la vita è fragilissima, che respirare è un dono immenso. Sentire che il tuo corpo funziona e può esprimere ciò che sei non ha prezzo»

Lungo il percorso tra le montagne di Cortina ad attendere Yulia a ogni ristoro, ad ascoltare attraverso una app il ritmo dei passi e del respiro ci sono Vincenzo, l’uomo che “una settimana senza non potrei starci”, i fedelissimi della Ultra Trail Lago D’Orta, la gara che lei stessa organizza, e quelli del Team Vibram, la squadra a cui appartiene. La malattia ha lasciato uno strascico di apprensione tangibile. Eppure alla volontà ferrea di questa ragazza tutti si inchinano. Non possono fare a meno di parlare dei giorni drammatici in ospedale, ma danno per scontato che, qualunque cosa succeda, nessuno potrà mai decidere al suo posto. Yulia passa, è affaticata, scontenta della prestazione. Un’amica le dice: «Pensa a quanto hai desiderato essere qui. Ora ci sei, vai, goditi la corsa». Sono le uniche parole che ascolta.

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(Joao M. Faria)
«Per correre sulle lunghe distanze devi accogliere il percorso che sembra non finire mai. Resistere alla noia, non dare peso ai doloretti. A volte la testa ti martella, diventi insopportabile a te stessa. Allora devi frazionare lo spazio e il tempo»

A salvare Yulia dalla malattia è stato il cuore ultra-allenato e l’abitudine a misurarsi con l’estremo. Per reagire e ricostruirsi ha attinto alla stessa riserva che la spinge verso traguardi impossibili. Sia quando scopri la sua vicenda personale, sia quando la vedi correre, la domanda che vuoi rivolgerle rimane la stessa: Ma come fai?
Immagini una condizione fisica sovrumana unita a una specie di esaltazione. Lei ti spiazza rivelando che la parola chiave è “pazienza”.
«Per correre sulle lunghe distanze devi accogliere il percorso che sembra non finire mai» dice. «Resistere alla noia, non dare peso ai doloretti. A volte la testa ti martella, diventi insopportabile a te stessa. Allora devi frazionare lo spazio e il tempo. Ripeterti: «Corro ancora un attimo, poi decido se continuare”. E andare oltre. A quel punto, quando ti avvicini alla fine, parte il “secondo fiato”, una valvola mentale che ti spinge al traguardo, a volte anche più velocemente di quello che credevi possibile».

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Una strategia di gara (e di vita) che Yulia utilizza anche a Cortina. A causa di una distorsione, a due terzi dalla fine sta per ritirarsi. Con l’aiuto del fisioterapista sostiene la caviglia e poi dice: «Vado avanti ancora un po’. Poi vedo. Magari mi fermo». Il traguardo sempre spostato in avanti si trasforma nella linea di arrivo. Dopo più di 19 ore, rinunciando a correre ma non a concludere, con una caviglia dolente ma sempre con il sorriso. La sfida è vinta, il conto con il destino saldato.

Yulia Baykova è un’atleta esemplare per comprendere la natura dell’ultra trail running, un tipo di corsa che è più avventura che sport. Non a caso solo nel 2015 la IAAF (International Association of Athletics Federazione) lo ha riconosciuto come disciplina dell’atletica leggera. Lo stesso ha fatto in Italia la FIDAL (Federazione Italiana di Atletica Leggera) ma il fenomeno non è ancora ben gestito dalle autorità sportive. Il moltiplicarsi di appassionati ha fatto crescere in modo esponenziale gli eventi, gli atleti più forti si concentrano nelle gare del circuito dell’Ultra Trail World Tour, associazione a cui fanno capo anche le più prestigiose classifiche mondiali.

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Chi corre ad alto livello in genere fa parte di una delle squadre internazionali create dagli sponsor, che consentono di coprire le spese. Solo così ci si può dedicare allo sport in modo esclusivo, o quasi, visto che molti affiancano altre attività. Yulia, per esempio, è istruttrice di nordic walking.

Indossare la maglia della nazionale nelle competizioni ufficiali è un grande onore – un sogno anche per Yulia che, l’anno prossimo, dovrebbe diventare cittadina italiana a tutti gli effetti – ma partecipare alle gare più leggendarie ha un altro appeal.

Tra queste c’è l’UTMB, Ultra Trail du Mont Blanc, la corsa di 170 chilometri con dislivello positivo di 10.000 metri intorno al Monte Bianco che si svolge a fine agosto e raduna l’aristocrazia dell’ultra trail, oltre a circa 8mila runner. È il prossimo obiettivo di Yulia. La malattia è lontana, di mollare non se ne parla. «È una disciplina usurante, eppure ci sono margini di miglioramento fino a 45-50 anni»dice. Una possibilità che attrae e avvantaggia soprattutto le donne che nella maturità riescono a dare il meglio di sé e che sono sempre più numerose e competitive sui tracciati. «Ci sono atlete che dopo avere avuto figli continuano a correre come e meglio di prima. Ma poi, diciamolo, se ce la faccio io, dopo quello che ho passato… E ho almeno altri 10 anni davanti».

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