Valeria Imbrogno,
una vittoria
per DJ Fabo

26 Luglio 2018
Minuta, con gli occhi scuri che ti scrutano ma senza giudicare e quei capelli che dicono tanto di lei: rasati da un lato, come un guerriero, morbidi e femminili dall’altro.

Testo di Flora Casalinuovo

01

Valeria Imbrogno è così. L’abbiamo conosciuta tutti come fidanzata di Dj Fabo, cieco e tetraplegico in seguito a un incidente, morto a 39 anni con suicidio assistito in Svizzera il 27 febbraio 2017 dopo una lunga battaglia per uscire da quella che lui chiamava «una notte senza fine». Ora questa 39enne milanese è tornata alla ribalta. Anzi, sul ring.

02

Già vincitrice del titolo italiano e di quello europeo di pugilato nella categoria minimosca (quella inferiore ai 55 chilogrammi di peso), Valeria lo scorso 28 giugno ha affrontato e battuto, dopo 2 anni di inattività agonistica, l’ungherese Judith Hachbold conquistando il Mondiale per la Pace WBC. «Sono la prima donna italiana ad aggiudicarselo» dice orgogliosa. «È stato un match intenso. Sono tornata in gioco dopo un lungo stop ed è stato come chiudere un cerchio». Il pensiero va a Fabiano, a cui ha dedicato la vittoria, ma Valeria cambia discorso e torna a soffermarsi sulla sua passione sportiva, come per mettere tra parentesi il dolore.

«Oggi non so più dove finisce la pugile e dove inizia Valeria: i valori della boxe sono dentro di me, su tutti il rispetto per l’avversario e l’umiltà. Questo sport, poi, ti insegna a essere lucida, a controllare emozioni e stress»

Che i guantoni siano un ottimo scacciapensieri, Valeria lo ha dimostrato non smettendo mai di allenarsi, neppure quando la battaglia per una morte dignitosa del suo compagno è entrata nella fase decisiva, e più dura. Lo ha scritto a chiare lettere nel suo memoir Prometto di perderti (scritto con Simona Voglino Levy, Baldini+Castoldi).

E lo ribadisce adesso, ammettendo che il ritiro annunciato prima del match è ancora in forse: «Potrei lasciare ora, è vero, però dire addio al pugilato costa fatica». Logico che sia così per chi ha amato lo sport sin da piccola e infilato i guantoni molto presto, sfidando antichi pregiudizi: «Sono sempre stata una sportiva: da ragazzina giocavo a pallavolo, poi ho conosciuto il ring grazie a un fidanzatino ed è stato amore a prima vista» ricorda.

«Nel 2001 ho partecipato ai primi Campionati italiani femminili. Da allora sembra passata una vita eppure noi donne non abbiamo nemmeno la diaria (l’indennità di trasferta, ndr). Ma quando provi una passione forte, il resto non conta. Oggi non so più dove finisce la pugile e dove inizia Valeria: i valori della boxe sono dentro di me, su tutti il rispetto per l’avversario e l’umiltà. Questo sport, poi, ti insegna a essere lucida, a controllare emozioni e stress… Altrimenti prendi troppe botte».

03_GettyImages-932015632
(Stefano Montesi - Corbis)
«Sono stata in India e in Nepal, dove ho lavorato con i bambini. Ora sono tornata nei penitenziari: per me è una sfida riuscire a dare una possibilità a chi ha sbagliato»

Parla della vita, Valeria. Perché sul ring, di sicuro, le botte date sono molto più di quelle prese: due volte campionessa italiana, bronzo agli Europei del 2006 con la nazionale azzurra, vincitrice del titolo europeo Ebu e, per non farsi mancare niente, anche un campionato del mondo di kickboxing. Basta?

Nemmeno per sogno, perché Valeria è riuscita a portare il pugilato anche nel carcere di Bollate, alle porte di Milano. Il progetto si chiama “Pugni chiusi” ed è stato ideato da Mirko Chiari, ex boxeur professionista e amico di una vita, che l’ha coinvolta da subito nell’iniziativa. «Ogni venerdì si allenano una trentina di detenuti: si è creato un gruppo fantastico, tanto che dopo aver vinto il titolo  sono andata a festeggiare da loro» spiega. «Il sogno è organizzare incontri veri e coinvolgere altre strutture. Il pugilato è un linguaggio che permette a queste persone di darsi uno scopo e pensare al futuro: dietro le sbarre esiste solo il presente».

LP_8203383
(Claudio Furlan - Lapresse)

Ecco l’altra Valeria, la criminologa impegnata nel sociale. «Ho deciso che avrei fatto questo lavoro a 13 anni: guardando Il silenzio degli innocenti sono rimasta folgorata dal personaggio di Clarice Starling, la criminologa dell’Fbi che interroga il serial killer Hannibal Lecter. Ho studiato sodo e ho sempre creduto in questa professione,  collezionando stage e tirocini non pagati pur di restare nel settore delle carceri».

Poi la vita, la boxe e l’amore con Fabiano l’avevano portata lontana: «Sono stata in India e in Nepal, dove ho lavorato con i bambini. Ora sono tornata nei penitenziari: per me è una sfida riuscire a dare una possibilità a chi ha sbagliato, costruire la speranza nella mente di chi l’ha persa e portare una ventata di libertà in un posto che ne è l’antitesi. Anche l’attività fisica aiuta, non solo a sentirsi più liberi ma anche a di non sprofondare nella tristezza, ti dà equilibrio tra corpo e mente. E se non la si ama, è comunque fondamentale porsi degli obiettivi: trasformano le negatività in benzina».

LP_8203404
(Claudio Furlan - Lapresse)
© Donna Moderna 2019
CAPITOLO 19 CAPITOLO 21