Nives e quel
traguardo alto
8.000 metri

27 Settembre 2018
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(arch.Benet-Meroi))

Testo di Vincenzo Petraglia

Guardare le cose dall’alto cambia la prospettiva. Sul mondo e sulla vita. Forse è per questo che quando incontri veramente la montagna non puoi più separartene, non riesci più a farne a meno, ti entra dentro, come un compagno o una compagna di vita, come una madre.

Nives Meroi l’ha incontrata quando era molto giovane e insieme ha trovato anche l’amore. Quello con Romano Benet, alpinista come lei sposato nel 1989, con cui arrampica da oltre trent’anni e con il quale nel maggio 2017 ha conquistato un grande primato: insieme sono diventati la prima coppia al mondo ad aver completato in cordata la scalata dei quattordici giganti della Terra, le montagne che superano gli 8.000 metri. Roba come Everest, K2 e alcuni dei luoghi più inospitali del pianeta. Questo nonostante il fatto che nel 2009, quando insieme avevano scalato undici di questi colossi, a Romano fosse stata diagnosticata una malattia rara molto grave, l’aplasia midollare. Due trapianti di midollo, due protesi alle anche, la guarigione.

Nel 2014 il ritorno in cordata, sul Kangchenjunga, in Asia, terza vetta più elevata del mondo, dove Romano aveva manifestato i primi sintomi della malattia, che li avevano costretti a interrompere la salita. In meno di tre anni il completamento, con la scalata delle ultime tre cime rimaste, della loro impresa, che ha dell’incredibile, forse del miracoloso. «Quando i medici ci dissero della malattia non sapevamo neppure se Romano sarebbe sopravvissuto» ricorda Nives «ma sono stati il grande dono di un ragazzo sconosciuto che gli ha dato il suo midollo e la nostalgia della montagna a darci la forza per resistere e rinascere».

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(Giacomo Maestri)
«Gli alpinisti non scalano per sfidare la morte ma per abbracciare la vita. Tutte le spedizioni in alta quota sono infatti soprattutto esperienze di vita in cui, viaggiando così lentamente, si impara a prestare attenzione ai particolari, custodi della verità»

La montagna ti plasma, ti tempra, ti rafforza perché lì sei solo tu, essere piccolo e fragile, contro l’immensa forza della natura che in alta quota, quando le condizioni meteorologiche si fanno proibitive, raggiunge forse la sua potenza più brutale. «Dopo il primo trapianto di midollo Romano è rimasto in isolamento per ben settantun giorni e in tutto quel tempo dice di aver fatto come quando sei in montagna e fuori c’è la bufera: devi solo aspettare, senza né disperarti né aggrapparti troppo alla speranza, mantenendo la calma e attendendo pazientemente che arrivi il momento giusto per agire e risolvere il problema».

Tutto il percorso della «tigre della montagna», com’è soprannominata Nives, è stato un continuo cadere e rialzarsi. Come quando in Nepal, durante la scalata del Makalu, a causa delle difficili condizioni meteo è letteralmente ribaltata dall’impeto del vento, si frattura una gamba a 5.400 metri, nel bel mezzo di un ghiacciaio, e viene portata a spalla per due giorni dal marito e da un compagno di cordata prima che l’elicottero, smaltita la bufera, riesca a raggiungerla.

«Gli alpinisti non scalano per sfidare la morte ma per abbracciare la vita. Tutte le spedizioni in alta quota sono infatti soprattutto esperienze di vita in cui, viaggiando così lentamente, si impara a prestare attenzione ai particolari, custodi della verità». Per la tigre di Tarvisio, una di queste verità è che la vita è fatta di successi e fallimenti. «L’ascesa è un susseguirsi di trazioni e spinte, un gioco di forze opposte che ti permette, passo dopo passo, di conquistare la vetta. D’altronde è dal fallimento, che in genere nel quotidiano ci fa una paura tremenda, che si riparte per andare avanti».

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(arch.Benet-Meroi))
«L’ascesa è un susseguirsi di trazioni e spinte, un gioco di forze opposte che ti permette, passo dopo passo, di conquistare la vetta»

Lo ha dimostrato sempre, Nives, di essere un osso duro. Una che lotta. Con lealtà, in ogni situazione, sfidando non solo quelle altissime vette ma anche un ambiente dove il maschilismo non è certo una rarità. Addirittura agli albori della disciplina, verso la fine del XVIII secolo, la medicina sosteneva che uno sforzo del genere, combinato con l’alta quota, conducesse alla sterilità femminile. Il mondo dovette aspettare fino al 1864 per vedere un’ascensione tutta al femminile. Anche in quel caso la primatista era un’italiana: si chiamava Alessandra Boarelli e raggiunse la cima del Monviso. Ma la sua impresa – un’impresa vera, soprattutto considerati i tempi – fu liquidata così da un quotidiano locale: «Ora che è provato che perfin le donne raggiunsero quella punta culminante, che fino all’anno scorso si credette inaccessibile, nessun turista avrà più voglia di venire qua a perdersi nell’atto di una prova inutile».

Sono passati oltre 150 anni e il panorama è cambiato di pochissimo. Per anni, anche in Italia, le donne sono state solo le mogli degli alpinisti. Aspettavano a casa e pregavano per il ritorno degli amati. Lentamente, ma progressivamente, si sono sfilate dal pregiudizio ma ancora oggi affrontano commenti sarcastici e difficoltà concrete. Basti pensare che la professione di guida alpina, in pratica l’unico mestiere grazie al quale uno scalatore o una scalatrice può vivere della sua passione, è ancora oggi un affare sostanzialmente maschile. Sono solo 12 le guide alpine donne su 1.060. Tre le donne aspiranti guida (su 108). Gli accompagnatori di media montagna (a cui compete accompagnare i clienti su terreni escursionistici dove non sono richieste tecniche alpinistiche) sono in tutto 177, le donne appena 28.

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(arch.Benet-Meroi)

Nives è una di loro, una che ha scelto di sfidare i propri limiti. Non è un caso se, diversamente da quanto hanno fatto altre sue colleghe, abbia scelto fin dall’inizio di affidarsi soltanto al suo corpo e a nessun altro aiuto. Tutte le vette le ha infatti conquistate in stile alpino, senza cioè l’uso di bombole di ossigeno e di portatori di alta quota, che si sobbarcano tutto il peso della spedizione sulle proprie spalle. Un gioco pulito e una bella lezione di vita per tutti, specialmente i giovani, che incontra ogni anno a migliaia nelle scuole.

«Quando sei lontano da una vetta ti sembra impossibile salirla, ma poi più ti avvicini e più ti rendi conto che non è così. Se ti ci accosti con umiltà e la rispetti, la montagna non ti tradisce e ti permette, salendo, di ritornare a te stesso, all’essenza delle cose e del tuo essere». Non sarebbe affatto male se questa logica potesse funzionare sempre, fra gli esseri umani.

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(arch.Benet-Meroi)
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