Sara, che sognava di essere Bruce Lee

3 Ottobre 2018
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Testo di Gianluca Ferraris
Foto di Ugo Zamborlini

Quanti professori hanno scelto l'insegnamento dopo aver visto, da ragazzi, L'attimo fuggente? Quante pallavoliste sono cresciute con il mito di Mimì Ayuara e Mila Azuki? Quanti magistrati di oggi si erano iscritti a Giurisprudenza sull'onda di Mani Pulite?

Esempi così se ne potrebbero fare a bizzeffe. Ma immaginare una bimba che sogna di diventare campionessa di karate perché il nonno l’ha sottoposta a sessioni forzate di Karate Kid e Bruce Lee sembrerebbe davvero eccessivo. Eppure è la verità. Sara Cardin, 31 anni e un paio di occhi blu dentro i quali perdersi facilmente, lo racconta con tutta la semplicità del mondo: «Sono sempre stata una bambina energica, eppure i tentativi di mia madre di avviarmi prima alla ginastica e poi alla danza si sono rivelati dei flop» ricorda divertita. «Per fortuna è intervenuto nonno, che aveva notato la mia attenzione per quei film: “Forse la danza non fa per lei, proviamo con qualcosa di più strong” disse a mia madre. E così mi sono avvicinata al karate». Inutile dire che si è trattato di amore a prima vista.

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A 7 anni Sara è già sul tatami. «In palestra eravamo 2 femminucce e 30 maschietti però non ho mai sofferto questa situazione: per noi era un gioco. E poi il karate, come quasi tutti i tipi di lotta uno contro uno, ti insegna che le differenze si possono ridurre e addirittura ribaltare con l’allenamento, la velocità, la concentrazione mentale. Insomma, è una fantastica scuola di vita prima ancora che un’attività sportiva. Per questo mi sento di consigliarlo a tutte le ragazze e appena posso lo insegno».

Come ha fatto con lei Paolo Moretto, che ne ha notato il talento quando lei, ancora piccolissima, volteggiava nella palestra comunale della loro città, Ponte di Piave in provincia di Treviso. 19 anni di differenza non hanno impedito loro di avvicinarsi, quando i tempi dell’amore sono stati quelli giusti, e oggi Paolo è suo marito, oltre che il suo allenatore. «Questo comporta un tasso di litigiosità decisamente più alto rispetto a una coppia normale» scherza lui «ma la passione comune e i risultati ci fanno superare tutto».

«In allenamento Paolo mi striglia spesso e volentieri», ribatte lei, «dunque a casa cerco di comandare io. Ma la verità è che per noi non esiste una separazione netta fra il lavoro e le mura domestiche. Quando non mangio e non dormo, sono in palestra e la sera capita spesso che guardiamo i video delle mie avversarie. Questo per 6 giorni alla settimana. Insomma, non è semplice: eppure credo che se mi fossi innamorata di una persona al di fuori del mio mondo sarebbe stato ancora più complicato».

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L’alchimia comunque ha funzionato. Oggi Sara è la karateka italiana più titolata di sempre e una delle migliori al mondo nella sua categoria di peso, quella sotto i 55 chili: 7 volte campionessa italiana, 3 ori, 3 argenti e 1 bronzo agli Europei, altre medaglie sparse fra Giochi del Mediterraneo e World Series. E poi un secondo posto ai Mondiali del 2010, seguito dal trionfo di 4 anni dopo. È questa la vittoria che rimane indelebile nella memoria di Sara: «Sono andata in vantaggio dopo pochi secondi ma durante l’incontro ho rischiato di farmi prendere dal panico» ricorda. «La paura di vincere è un classico, anche ad alti livelli: serve un grandissimo lavoro mentale per non restare bloccati. Nella mia testa, in quei minuti, sono passati milioni di pensieri: per fortuna alla fine ho portato a casa il titolo. E ascoltare l’inno italiano… Beh, ogni volta è emozionante come la prima».

«In palestra eravamo 2 femminucce e 30 maschietti però non ho mai sofferto questa situazione: per noi era un gioco. E poi il karate, come quasi tutti i tipi di lotta uno contro uno, ti insegna che le differenze si possono ridurre e addirittura ribaltare con l’allenamento, la velocità, la concentrazione mentale»

Alla bacheca mancherebbero solo le Olimpiadi, ma non è colpa sua: «Tokyo 2020 segnerà il debutto olimpico del karate» spiega Moretto. «Sara attualmente viaggia fra la terza e quarta posizione del ranking planetario e se continuerà così ha ottime probabilità di esserci. È il suo, anzi il nostro obiettivo». Non facile da raggiungere ma possibilissimo per chi, come Sara, vanta una pignoleria fuori dal comune nei metodi di allenamento, alla quale si aggiunge il sostegno senza se e senza ma dell’esercito, del cui battaglione atleti è una delle principali rappresentanti: essere accolti da un corpo militare è l’unico modo per garantirsi uno stipendio, una carriera successiva a quella sportiva e contemporenamente concentrarsi su un’attività professionistica di fatto ma non per legge ed emolumenti, soprattuttoquando si tratta di sport minori.

«L’esercito mi segue in modo egregio» ammette lei «ma soprattutto mi ha dato la possibilità di fare qualcosa anche per chi è meno fortunato». All’inizio del 2018, infatti, Sara ha raggiunto il contingente italiano della missione di pace UNIFIL in Libano di stanza nella città di Shama ed ha tenuto alcune lezioni di autodifesa per studenti e donne. «Un’esperienza unica e di forte impatto emotivo, dove lo sport era in parte un pretesto per trasmettere altri messaggi» aggiunge. «Sono donna, soldato e campionessa di karate: in una società come quella mediorientale che spesso assegna alle donne ruoli ben diversi il karate diventa il veicolo giusto per trasmettere valori come la parità di genere, l’autocontrollo, la socializzazione, il rispetto del rivale». Sorride e regala un’ultima battuta prima di tornare ad allenarsi. «Sapete qual è la cosa più buffa? Mi hanno chiesto se mio marito approvasse il fatto che combatto. Se avessero saputo che è stato lui a scoprirmi…»

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