Noi donne del volley, spettacolari ma mai abbastanza

10 Ottobre 2018
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(Ignacio Maria Coccia)
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Testo di Barbara Rachetti

Il volley sta alle donne come il calcetto agli uomini: un pallone, qualche amica ed è subito partita. È per questo che in Italia è lo sport più praticato dalle ragazze dopo la ginnastica. Su 327 mila tesserati, 243 mila sono donne: il 75 per cento.

Cominciano per gioco da bambine, nelle palestre di provincia dove la pallavolo affonda le sue radici fortissime e, se baciate dal talento, si ritrovano proiettate al centro del campionato più bello del mondo. Il volley ha una Nazionale Femminile che ha dato e ancora promette risultati eccellenti. Eppure, nelle convocazioni del 2018 dei due staff tecnici delle Nazionali (maschile e femminile), tra 24 componenti, 24 sono uomini. Si tratta di coloro che saranno chiamati a rappresentare l’immagine del volley italiano nel mondo: un volley dove gli staff che guidano le Azzurre non hanno nemmeno una donna.

Possibile? «Possibile perché nel volley, come negli altri sport in Italia, le donne non hanno gli stessi diritti degli uomini. I nostri stipendi, a parità di campionato sono più bassi e non abbiamo alcune tutela previdenziale» ci dice Chiara Negrini, 39 anni, giocatrice di lunga esperienza, per anni in squadre italiane ad altissimo livello, oggi capitano della Filottrano Lardini, team in provincia di Ancona che milita nel campionato di A2. «Chi come me gioca da una vita, e tra poco smetterà, si ritrova a fine carriera senza contributi. Nello sport al femminile non esiste alcuna forma di pensione né sostegno alla maternità».

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(Ignacio Maria Coccia)

Chiara ha una bimba di quasi sei anni. L’ha avuta quando ne aveva 32, nel momento in cui era al top della carriera. «Ho vissuto la maternità come una specie di anno sabbatico, una pausa da ritmi estremamente intensi che mi avevano portato al vertice del massimo campionato, ma mi stavano anche logorando». Quando è rimasta incinta, aveva alle spalle 4 anni di successi: giocava nella squadra del Villa Cortese (Milano), con cui aveva vinto lo scudetto e partecipato alla Champions League. Eppure Chiara, atleta di punta, amata e coccolata, ha cercato di “programmare” la gravidanza alla scadenza del contratto, per non mettere in difficoltà il suo procuratore. E quando la bambina ha compiuto 5 mesi, è tornata a giocare cambiando squadra, per avvicinarsi alla sua Sirolo (Ancona), dove vive con il marito.

Un nomadismo normale per chi cerca lavoro, e anche per una sportiva come lei. «Mi sono sposata molto giovane, a 22 anni. Ho giocato in provincia di Milano e a Firenze, poi in diverse squadre delle Marche finché, per rimettermi in gioco dopo la nascita della bambina, ho trovato un ingaggio in una squadra di Urbino, dove ho giocato per due stagioni in A1 e disputato anche la Champions League» racconta. «Ho potuto diventare madre e tornare in campo perché tutta la mia famiglia mi ha sostenuta. Mi sono trasferita a Urbino in un appartamento pagato dalla società, con i miei genitori che mi aiutavano con la piccola e il marito che veniva nel weekend. Una rete d’amore e di supporto che mi ha permesso di rientrare al lavoro serena».

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(Filippo Rubin - IVS)

Perché sì, di lavoro si tratta. Si fa una certa fatica, noi che stiamo sugli spalti, a vedere lo sport come una professione, ma a tutti gli effetti lo è. «Ci alleniamo mattina e pomeriggio e siamo sempre a rischio infortunio, oltre che impegnati alla domenica e nelle festività. Per me è normale avere questi ritmi, è la mia vita, me la sono scelta e ne sono felice, però sono aspetti che andrebbero valutati e riconosciuti quando si discute un contratto e si devono far valere i propri diritti. Io per esempio impiego mezz’ora per raggiungere il luogo dove si allena la mia squadra attuale: parto al mattino e ritorno in tempo per prendere la bimba alla materna e pranzare con lei. Poi al pomeriggio riparto e rientro alla sera: come un lavoratore qualsiasi». Senza però le stesse tutele.

Eppure nel volley non mancano gli sponsor: da diversi anni le aziende associano volentieri i loro brand a questo sport. L’assenza di contatto fisico e il fatto che possano praticarlo sia donne che uomini a ogni età, lo rende molto attraente. Così i palazzetti si riempiono sempre più di bambini e famiglie. «La rete che separa le squadre, così sottile, è il simbolo fortissimo di uno sport con grande fair play, dove gli avversari non arrivano mai a toccarsi. Il gioco delle donne, poi, è ancora più elegante di quello maschile perché lavoriamo meno di potenza: nel campionato maschile, due scambi ed è finita. Nel nostro, la palla sta in aria anche qualche minuto». Un gioco dinamico, con carambole e parabole leggere, una specie di danza intorno alla rete, dove c’è spazio per una femminilità molto godibile fatta anche di mollettine, code di cavallo e pantaloncini che fasciano fisici belli da guardare. Non a caso, molte atlete diventano star richieste in tv e negli spot.

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(Filippo Rubin - IVS)

Un fenomeno in crescita e che piace, insomma, dove però non esiste il professionismo. «Il volley non prevede il professionismo» spiega la giocatrice. «Se ne discute da anni: a remare contro, il fatto che i contributi inciderebbero in modo troppo pesante sui contratti delle giocatrici. E le squadre, in tempi di crisi economica, farebbero fatica a sostenerli. In realtà, manca il coraggio di fare un vero salto, cioè passare a una gestione manageriale degli atleti». In Italia, tra Federazione e Lega Volley, si lamenta l’assenza di uno spirito imprenditoriale, che renderebbe questo sport ancora più interessante, con una visibilità maggiore sui vari media. «Rispetto ad altre discipline che non siano il calcio, il volley è sicuramente più visibile e il nostro movimento gode di maggiore popolarità. Alcune partite, anche femminili, vengono trasmesse su Rai Sport. Molte sono visibili anche dalle tv estere: una ventina, tra Al Jazeera Sport, BeIn Sport, Sportklub, Canal Plus e molte altre. Ma poi, per noi atlete, alla fine resta ben poco». Resta in molti casi una carriera di più di 20 anni, come per Chiara, che a un certo punto deve ricostruirsi: le atlete come lei, una volta smesso di giocare, sono figure preziose nell’ambiente, punti di riferimento per le giovani emergenti. E allora perché non riconoscere e far pesare la loro esperienza? Forse perché anche lo sport è semplicemente lo specchio dell’Italia, dove la pensione per molti resta un miraggio.

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(Filippo Rubin - IVS)
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